LAnotaMAGGIORE

testi e accordi dei miei pensieri

Come il suono dei passi sulla neve..

Zibba

Ho conosciuto Zibba di persona dopo aver ascoltato e assaporato buona parte della sua produzione grazie al suggerimento di amici milanesi che lo seguono dall’esordio.
Qualche tempo fa, presso la Masseria Ospitale di Lecce, si è esibito da solo, chitarra e voce, riportando le sue canzoni all’essenza.
Dal vivo è ancora meglio che sul disco.
Mi piace il contrasto tra la voce graffiante e la delicatezza che riesce ad imprimere alle sue canzoni.
Come un gigante che accarezza i fiori di campo con mani ruvide, segnate dal tempo, senza deturparli.
“Come il suono dei passi sulla neve”.
Probabilmente sono di parte, ma credo che il suo lavoro meriti attenzione.
La partecipazione all’ultimo Festival ne ha suggellato la meritata visibilità mediatica, come poche volte accade quando si parla di canzone d’autore. Quella vera, per intenderci, che poco ha da spartire con stereotipi, tendenze del momento, affannose ricerche di un’identità musicale alternativa.
Non è un caso che il brano “Senza di te” abbia ottenuto il Premio della critica “Mia Martini” e il Premio della Sala Stampa Radio-tv “Lucio Dalla”, ma dietro c’è molto altro.
Qualche giorno prima del concerto in terra salentina ho avuto la possibilità di intervistarlo telefonicamente.
L’intervista non è stata pubblicata interamente, quindi la riporto di seguito.
Buona lettura!

Zibba, c’è un aneddoto particolare dietro l’inizio della sua attività artistica?
“Ricordo perfettamente la mia prima esibizione dal vivo come pianista, avevo quattordici anni. Capì subito di trovarmi a mio agio sul palco, mi piaceva l’energia che mi arrivava dal pubblico. Credo di aver deciso in quella occasione che per tutta la vita avrei provato a fare ciò che, fortunatamente, faccio ancora oggi”.

Pur non avendo i connotati del tipico artista sanremese, è riuscito a partecipare all’ultima edizione del Festival. Com’è cambiata la sua vita?
“Non è cambiato nulla, al massimo arriva qualche richiesta in più per i concerti. Con la band ho costruito una storia solida in questi anni di attività insieme; abbiamo le spalle forti di chi si guarda bene dal modificare il proprio atteggiamento in funzione della maggiore visibilità che alcuni eventi possono conferire”.

Come nasce il nome Zibba & Almalibre? Che tipo di organizzazione c’è alla base della band?
“Il nome è frutto del caso. Ormai siamo una famiglia a tutti gli effetti, ma siamo anche un gruppo di lavoro che non condivide solo la musica, ma anche uno stile di vita e i valori che consideriamo importanti”.

Come nascono le vostre canzoni?                      
“I brani prendono spunto dal vissuto quotidiano, dalle emozioni del momento, da una esigenza di raccontare e raccontarsi. Non c’è mai un lavoro fatto a tavolino, ma c’è una divisione abbastanza netta dei ruoli. Quando propongo una nuova canzone al resto della band, solitamente ho un’idea abbastanza precisa dell’andamento e delle sonorità. I musicisti cercano sempre di lavorare in funzione delle mie indicazioni. Sono abbastanza geloso dell’idea primordiale di ogni brano che scrivo”.

Come cambia il suo approccio alla canzone quando scrive per altri?
“Cambia tutto, mi sento più libero, non devo fare continuamente i conti con la mia emotività. Prima di iniziare a lavorare su un brano, mi piace trascorrere del tempo con l’interprete, ascoltare le sue parole, provare ad immedesimarmi nel suo vissuto”.

Quali sono gli aspetti della musica italiana che proprio non le piacciono?
“Non c’è nulla che non mi piace, la musica di oggi è figlia del nostro tempo. Cerco di prendere gli aspetti positivi, come il rinnovato interesse nei confronti della musica d’autore da parte di una piccola fetta del pubblico”.

C’è un artista con cui le piacerebbe collaborare?
“Ci sono molti artisti con cui attualmente collaboro, tantissimi altri con cui mi piacerebbe collaborare, non solo musicisti. I percorsi virtuosi devono, però, nascere da una scintilla iniziale”.

Cosa mi dice della Puglia?
“E’ l’unica regione in cui mi piacerebbe vivere se dovessi scegliere di allontanarmi stabilmente da casa mia”.

(tratto da articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia)

 

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Dio è morto?

Melissa Bassi

Mi han detto 
che questa mia generazione ormai non crede 
in ciò che spesso han mascherato con la fede,
nei miti eterni della patria o dell’ eroe
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,
l’ ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
e un dio che è morto,
nei campi di sterminio dio è morto,
coi miti della razza dio è morto
con gli odi di partito

dio è morto..
(F. Guccini)

La canzone è uno strumento comunicativo la cui carica emozionale può essere più forte di qualsiasi altro documento, di qualsiasi opinione.
“Dio è morto”, scritta da Francesco Guccini nel ’67, racchiude le sensazioni negative che il cantautore bolognese espresse in riferimento ad alcune dinamiche perpetuate nella nostra società. Il brano rimanda al celebre motto nietzschiano inerente al decadimento del mondo occidentale.
Già, decadimento..
Basta questa parola per inquadrare l’orrore che ha messo in ginocchio la città Brindisi e l’Italia intera?
La “sveglia nera” ha suonato alle 7.38 di sabato 19 maggio 2012, destando brutalmente la nostra serenità, annullando la convinzione di vivere al sicuro. Al posto della povera Melissa Bassi, barbaramente uccisa dall’esplosione di un ordigno nascosto nei pressi dell’istituto per i servizi sociali “Morvillo Falcone”, poteva esserci chiunque.
Potevano esserci dieci, cento studentesse e ora staremmo a parlare di una strage umanitaria.
Ma quanto si è consumato ha comunque i connotati della disfatta civile, di una strada senza ritorno, della pagina più cruenta della nostra storia.
Si sono spese milioni di parole in questi giorni di infinita tristezza, sono stati scritti centinaia di articoli su quanto è accaduto, la vicenda è stata sviscerata a dovere dagli addetti ai lavori e da molti improvvisati e improbabili comunicatori.
Ora che il cuore decelera e i battiti lentamente ritornano al ritmo normale è più facile avere una visuale meno viziata dalle forti emozioni che possono indurre inevitabilmente a fare degli errori di valutazione. E’ il caso di ripercorrere mnemonicamente quanto si è visto per non dimenticare, per riflettere, per evitare di sbagliare ancora.

Abbiamo visto la lucida follia dell’uomo che arriva ad ammazzare i suoi simili nel modo più vigliacco possibile, come mai era accaduto prima d’ora in Italia.
Abbiamo visto le strade bloccate, le pattuglie delle forze dell’ordine, le saracinesche tranciate dai residui delle bombole schizzati via nell’esplosione.
Abbiamo incrociato gli sguardi dei nostri concittadini e condiviso il più atroce silenzio.
Abbiamo avuto paura, la paura peggiore, quella che sradica violentemente le certezze.
Abbiamo ascoltato le dichiarazioni degli inquirenti e le supposizioni fin troppo precipitose dei giornalisti.
Abbiamo assistito alla “caccia di notizie e di audience”, allo sciacallaggio mediatico lontano anni luce dall’etica informativa professionale.
Abbiamo visto pubblicare foto sconcertanti contro i principi del buon gusto, del pudore, del rispetto nei confronti della gente che continua a soffrire.
Abbiamo visto dipingere dai principali media nazionali un’immagine non veritiera della nostra terra e delle nostre radici.
Abbiamo sentito parlare di Mafia, di criminalità organizzata, di collegamenti con anniversari e date significative e abbiamo tratto le nostre conclusioni senza avere prima le dovute rassicurazioni istituzionali.
Abbiamo pianto per la scomparsa di Melissa e per presunta morte di Veronica, confermata e smentita svariate volte, in maniera ignobile, durante la giornata di sabato 19 maggio 2012.
Abbiamo compreso (si spera) l’effetto boomerang dei social network, di quanto sia disdicevole e pericoloso diffondere notizie false..
Ma abbiamo anche affollato Piazza Vittoria per manifestare al mondo intero lo sdegno nei confronti di questi vili assassini.
Abbiamo riempito la Chiesa Madre di Mesagne per un abbraccio collettivo ai genitori della giovane vittima.
Abbiamo dato un immediato segno di reazione, abbiamo ripopolato le scuole, abbiamo mostrato la comune voglia di riportarci alla normalità e di essere uniti contro qualsiasi forma di violenza..

..ma penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi,
perché noi tutti ormai sappiamo
che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,
in ciò che noi crediamo dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo dio è risorto,
nel mondo che faremo

dio è risorto…

 

 

(articolo pubblicato su FreeBrindisi a Maggio 2012)

Zanetti, come Roberto Baggio..

robi javier

Non mettevo piede a San Siro dal 2002.
Ai tempi, durante un’improbabile gita di quinto superiore a Milano decisi di visitare uno dei tempi del calcio con alcuni compagni di classe.
Sul campo, Milan e Roma diedero vita ad un incontro scialbo conclusosi senza goal e senza boato della curva.
Pur non avendo interessi diretti in gioco in quella partita, ci rimasi abbastanza male.
Ancora oggi, però, ricordo perfettamente gli applausi scroscianti quando sul maxischermo apparse il nome di Roberto Baggio, autore di due reti nel match giocato simultaneamente dal Brescia con la Fiorentina.
Il “Divin Codino” rientrava da un grave infortunio e dalla conseguente operazione al legamento crociato del ginocchio sinistro.
Quello buono, per intenderci.
Dopo settantasette giorni il campione era tornato in campo e aveva regalato la vittoria alla sua squadra.
Per un magico minuto le tifoserie avversarie presenti sugli spalti a San Siro si unirono in un’ovazione al Baggio nazionale.
La speranza condivisa da tutti era che il commissario tecnico Giovanni Trapattoni si convincesse ad inserirlo nella lista dei convocati al Campionato mondiale di calcio che da lì a due mesi si sarebbe svolto in Corea del Sud e in Giappone.
Non fu così.
Ci rimasi molto male.
Ma quel minuto di applausi non lo dimenticherò mai.

A distanza di undici anni rimetto piede a San Siro.
Per la prima volta ho la possibilità di assistere ad una partita dell’Inter.
I nerazzurri sono chiamati a confermare contro il Livorno la bella prestazione di Udine della settimana precedente.
Pregustare la goleada è d’obbligo.
In realtà, ancora una volta ne esce fuori una partita giocata sottotono in cui l’Inter porta a casa il bottino pieno grazie ad un autogol del portiere amaranto e alla rete del terzino Nagatomo (l’avessi preso al fantacalcio).
Anche in questo caso, un singolo episodio ha giustificato pienamente il prezzo del biglietto: a poco meno di dieci minuti dalla fine della partita, il capitano Javier Zanetti ritorna in campo dopo l’infortunio patito nello scorso aprile. Quando si toglie la pettorina, si alza il boato della curva Nord che, per l’occasione, ospita la mia seconda presenza nello stadio milanese. Due sgroppate a centrocampo in vecchio stile mandano in visibilio il pubblico presente.
L’argentino si è allenato duramente in questi mesi, non è tornato per fare la figurina, ma per dare una mano alla squadra.
A quarant’anni suonati vuole stupire gli scettici.
Sono certo che ci riuscirà.

Zanetti, come Roberto Baggio, rappresenta il bello del calcio, esempio di professionalità, sportività e classe. Uno degli ultimi esempi rimasti in uno sport malato di business, di corruzione, di violenza.
Zanetti, come Roberto Baggio, è la punta più alta e visibile di un iceberg sotto la quale c’è del marcio.
C’è del marcio nelle società, nei comportamenti di alcuni calciatori e di alcune tifoserie.
Zanetti, come Roberto Baggio, unisce gli avversari nel pieno riconoscimento di un valore che va al di là dei colori della maglia.
Zanetti, come Roberto Baggio, rappresenta uno dei motivi per cui, ancora oggi, continuo a seguire il calcio.

ps: il riferimento a Javier Zanetti e Roberto Baggio non implica il fatto che non ci siano altri professionisti seri che si impegnano per mantenere alti i valori dello sport.
pps: un ringraziamento speciale va alla mia piccola Amelia che mi ha accompagnato nella curva nerazzurra pur avendo un’altra fede calcistica.

Cantautori e marmellata..

Immagine

Bobo Rondelli e Lorenzo Urciullo, alias Colapesce, hanno in comune “la marmellata”, oltre all’essere annoverati nella categoria dei cantautori italiani. Il primo ne parla come del più delicato e nostalgico ricordo d’infanzia; nell’immaginario del secondo la marmellata è paragonata “all’arma migliore di guerra”. Visioni disparate e universi musicali distanti che si intrecceranno stasera nel doppio concerto che i due artisti terranno a Torre Regina Giovanna (Apani, Br) per la seconda puntata del “Baccatani Wave Festival”. A dirla tutta, i toni morbidi competono più al siracusano che ha acquisito visibilità nazionale dopo la pubblicazione del disco “Un meraviglioso declino”. Un ossimoro suggestivo che inquadra la realtà attuale dell’Italia segnata dal disfattismo e dalla immobilità economica ed emozionale. Tempi duri per tutti, in particolare per i neolaureati che, in molti casi, devono adattarsi alle circostanze rinunciando ai propri sogni. Lo stesso destino ha spinto Colapesce a buttarsi a capofitto nella musica, perché “quando il gioco si fa duro è meglio investire su ciò che fa stare bene”. Nelle sue canzoni Lorenzo Urciullo dipinge con pregevole attenzione metrica un immaginario che lascia intravedere uno spiraglio, un barlume di speranza. Lo stesso cantautore ammette che non sa quale sarà il suo futuro: “Non ho mai pensato che quella artistica fosse la soluzione definitiva. Continuerò a scrivere fino a quando avrò qualcosa da dire. Vivo a stretto contatto con la musica da quando ero piccolo, non mi sono mai chiesto come e quando è iniziata questa passione. Mi è sempre piaciuto far rivivere le canzoni, note e sconosciute, attraverso cover reinterpretate in maniera personale”.
Colapesce dividerà la scena con il più navigato Rondelli. Il cantautore livornese è considerato da una parte della critica l’erede di Piero Ciampi, per altri è un poeta maledetto che mescola stile “Baudelaire” e sarcasmo. Dalla sua ha un passato tra piccoli e grandi palchi, qualche ruolo cinematografico e una vena dissacrante che resiste ai mutamenti musicali e alle collaborazioni. Ha iniziato da giovanissimo con il gruppo “Ottavo Padiglione”, poi è seguita la carriera da solista e attualmente collabora con la brass band l’Orchestrino. “Spaziare tra i vari generi musicali non è una scelta prestabilita, quanto piuttosto un percorso naturale legato alla tipologia delle canzoni-, racconta il cantautore toscano. –L’importante è vestire il testo di un arrangiamento ideale, ma la mia non è una ricerca maniacale. Sono soddisfatto quando un brano è fischiettabile, quando entra facilmente nella testa della gente, quando diventa una sorta di “preghiera corale” che il pubblico canta ai concerti. Le canzoni di Bobo Rondelli sono componimenti poetici che scorrono come piccoli film, le musiche alternano influenze rock, reggae e ritmi balcanici. “Fare il cantautore è fondamentalmente un gioco, ma sarebbe errato pensare che la necessità di essere creativi non sia un vero e proprio impegno. Da quando sono diventato padre ho iniziato a considerare la mia attività professionale come un vero e proprio mestiere, ma senza mai tralasciare il lato ludico”, conclude l’artista.

(articolo pubblicato in data 22.06.2013 su Nuovo Quotidiano di Puglia)

Cristina Donà tra natura e musica

A 2060Cristina, ha abbandonato la dimensione caotica della città per vivere a contatto con la natura. Quanto la aiuta questa scelta a livello compositivo?
“Sono ormai vent’anni che vivo lontana dalla metropoli e credo di aver risentito degli effetti positivi di questa scelta di vita. Generalmente si associa all’ambiente urbano la maggiore possibilità di avere spunti emozionali. Per quanto mi riguarda ho trovato la mia dimensione ideale là dove c’è possibilità di “fare spazio attorno a sé”. Ne avevo bisogno. Ho potuto liberare quella creatività che era ancora in uno stato embrionale”.

Come descriverebbe il percorso evolutivo della sua carriera e del suo stile, dal primo album “Tregua” a “Torno a casa a piedi”?
“Nei primi lavori prestavo molta attenzione ai testi e meno alla musica. Mettevo le parole davanti a tutto. Cercavo di descrivere stati d’animo più che raccontare storie. Successivamente ho sentito il bisogno di concentrarmi sull’aspetto musicale e ho deciso di condividere il mio lavoro con altri artisti. E’ nata così la mia collaborazione stabile con Saverio Lanza. Ovviamente, col passare del tempo è cambiato anche il mio modo di scrivere. Ho capito che la profondità non va ricercata a tutti i costi nell’astrattezza, ma nelle cose semplici che non si dimenticano e che ritornano anche a distanza di anni”.

C’è un punto di contatto tra la composizione di canzoni e il suo diploma in scenografia?
“La predisposizione a descrivere la realtà per immagini. Riuscire a osservare il mondo attraverso i particolari, attraverso la combinazione degli opposti e i contrasti. Avere la possibilità di narrare con l’ausilio del linguaggio poetico”.

Tempo fa ha prestato la sua musica a “Uomini e cani”, monologo di Marco Paolini tratto da tre racconti di Jack London. Che emozioni le ha lasciato quella storia?
“E’ stata un’esperienza artistica ed umana meravigliosa, commovente. L’esibizione si tenne sulle Alpi Orobie. Quattromila persone arrivarono sul posto in silenzio dopo un’ora di cammino tra i boschi. Credo che la fruizione artistica combinata con la natura sia una formula vincente”.

Qual è la figura che ha segnato in maniera decisiva la sua carriera?
“Potrei fare molti nomi, ma su tutti spicca quello di mio marito, lo scrittore Davide Sapienza. All’inizio del mio percorso, quando eravamo solo amici, mi convinse che non potevo fare la scenografa per tutta la vita, ma che dovevo dedicarmi alla musica”.

Il nome dell’artista con cui vorrebbe collaborare?
“Il sogno sarebbe avere al mio fianco Brian Eno”.

Si parla sempre più spesso di musica indipendente, a volte in maniera inappropriata. Lei si sente indipendente? E se sì, da cosa?
“Mi viene in mente una canzone dell’ultimo album di Niccolò Fabi. Sì, mi sento indipendente per quanto concerne le scelte artistiche. D’altro canto, non mi piacciono i limiti concettuali di quanti associano l’indipendenza al rifiuto categorico delle major. Non condivido l’idea degli artisti che preferiscono rivolgersi a pochi solo per sentirsi “indipendenti”. Non credo nei vincoli, ma nella libertà artistica e nella qualità”.

Quanto è difficile attualmente in Italia fare della musica la propria professione?
“Bisogna essere pronti a fare dei sacrifici, è importate non sentirsi mai soli. Per quanto si possa pensare che gli artisti siano dei privilegiati, in Italia esistono poche forme di tutela. D’altro canto, non ci si può arrendere, c’è una tradizione da portare avanti”.

(articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia in data 22.03.2013)

Rêverie Duo: sensazioni post concerto

Valerio Daniele e Redi Hasa

Cercavo un paragone che potesse rendere l’idea della bellezza del concerto tenutosi ieri al Wine Bar Food di Brindisi. Sì, di bellezza si tratta, anche se la musica non si vede e non si può toccare. Ma la sensazione di appagamento è la medesima. Come un soffio di calore sulla pelle esposta al vento invernale. Come il sorriso di un bambino che resta incantato ascoltando la favola avvincente di un buon narratore.
Redi Hasa e Valerio Daniele sono il contenuto e la voce, lo sguardo ammiccante e l’opera d’arte mai vista prima, il collage e il pezzo mancate, l’amante e il brivido delle labbra sfiorate.
Non c’è bisogno di un’orchestra per fare un grande concerto. Bastano la bravura, la sensibilità e la complicità del “due”.
Quando Valerio spinge sulle corde su “Baci e ferraglia”, il violoncello di Redi stride, il suono si contorce. L’atmosfera si incupisce tutto ad un tratto, la tensione sale. Poi svanisce così come è comparsa. Senza stonature. Improvvisa, ma lieve. Il motivo grave riprende possesso del brano e la favola continua.
La musica non è mai un contorno, neanche quando la dinamica si abbassa e si avvicina al silenzio. Neanche quando cresce e le note si fanno più fitte e nervose.
La musica è la colonna sonora di un film che spero di rivedere presto.
Nel progetto “Rêverie Duo” nulla è scontato, due timonieri di grande personalità devono rispettarsi per poter andare d’accordo, per volersi bene come fratelli, per rientrare a casa insieme a bordo della stessa “barchetta di carta”.
Invitarli a fermarsi per raccontare al pubblico di Brindisi le storie impresse dall’eco di “dodici voci”, le storie che percorrono “quella strada di Tirana”, le storie che non dimenticano “il resto delle cose”, è stata una grande idea.
Le “stagioni” cambiano, ma la bella musica resta.
Come le favole.

Grazie ragazzi.

Grazie Ottavio.

“Note d’autore 2013” continua la prossima settimana.

Il “flamenco jazz drumming” di Israel Varela

Israel_Varela

Il “flamenco jazz drumming” è la cifra stilistica distintiva di Israel Varela, giovane batterista, compositore e cantante messicano che in poco tempo ha conquistato la fiducia di grandi artisti internazionali. Pat Metheny, Charlie Haden, Yo Yo Ma, Mike Stern, Bireli Lagrene, Bob Mintzer, Diego Amador e Pino Daniele sono solo alcuni nomi che hanno voluto a tutti i costi Varela al proprio fianco. L’artista è stato protagonistaieri ieri sera presso l’Exfadda di San Vito dei Normanni di un grande concerto. Ha presentato le composizioni di “Zamar”, il suo ultimo disco, e dei due album precedenti “Tijuana Portrait” e “Border People” (vincitore dell’Euro Latin Award 2008). Con il musicista si sono esibiti Alfredo Paixao (basso), Kamal Musallam (oud/chitarra arabic fusion), Marcello Allulli (sax), Cristina Benitez (ballo flamenco), Angelo Trabucco (pianoforte) .
Varela, ha avuto come maestri Alex Acuña e Dave Wackel. Cosa le hanno lasciato in dote questi “signori della batteria”?
“Acuña rappresenta una figura paterna per  me. Lo vidi suonare quando ero adolescente e cercai in tutti i modi di convincerlo a insegnarmi il suo metodo. Mi ci sono voluti sei mesi prima di riuscire a rincontrarlo perché era sempre in giro per il mondo in tournèe. Feci un’audizione e decise di prendermi come allievo. Apprezzava la mia fame di musica. Facevo tre ore di macchina per andare a lezione, cercavo di dare sempre di più rispetto alle sue pretese. Non ha mai voluto un soldo da me. Dopo tre anni mi suggerì di andare da Wackel. Non sarei lo stesso musicista che sono se non avessi avuto questi due grandi maestri”.
Nel flamenco tradizionale non è utilizzata la batteria. Come nasce l’idea del “flamenco jazz drumming”?
“Il mio amico musicista Carles Benavent mi regalò un album di flamenco di Diego Amador. Quando iniziai ad ascoltare le tracce ebbi subito la voglia di avvicinarmi a quella musica. Allora vivevo in Italia. Decisi di trasferirmi a Siviglia, di partire dai rudimenti e di perfezionarmi pian piano nell’applicazione della batteria a quel genere. Dopo sette anni tornai a Roma. Ricevetti la telefonata che attendevo da quando mi ero partito alla volta della Spagna: era Diego Amador che mi aveva sentito suonare e che mi voleva con sé in un suo progetto musicale”.
E’ nato in Messico, ma attualmente vive in Italia. Come si inserisce da un punto di vista culturale in due realtà così lontane?
“Sono due paesi distanti più da un punto di vista geografico che culturale, il modo in cui vengono vissute le relazioni è molto simile. L’Italia mi ha accolto a braccia aperte”.
Che cosa cambierebbe del nostro paese?
“Sarebbe opportuna una rivalutazione del patrimonio artistico italiano che partisse dalle scuole e dalla didattica. A volte mi capita di incontrare allievi che non conoscono Rossini, Puccini Verdi, così come Michelangelo e Leonardo. In Italia c’è il settanta percento della storia dell’arte mondiale che potrebbe e dovrebbe rappresentare il punto di forza per risalire la china”.
Cosa si sente di consigliare ai suoi colleghi che vorrebbero “vivere di musica”?
“In primis di capire realmente il perché si desidera fare musica. E’ indispensabile lavorare tanto per migliorarsi, per trovare una “voce propria” che consenta di essere originali e non la copia di altri artisti”.

(il post tratto da articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia in data 16 gennaio 2013)

Per ascoltare la musica di Israel Varela

http://www.reverbnation.com/israelvarela

Ecco Niccolò!

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Niccolò Fabi sa bene quanto sia importante stabilire un contatto diretto con il pubblico. Ne ha dato prova ancora una volta il 14 gennaio durante la prima tappa del suo nuovo tour. Il Politeama Greco di Lecce ha accolto “la paura del debutto e il tremore dell’esordio” dell’artista romano che col Salento e i suoi abitanti ha ormai instaurato un rapporto di stima e di affetto. Negli ultimi due anni Fabi è tornato a suonare da queste parti in ben quattro occasioni e ogni volta ha lasciato il segno. Dopo il concerto in piazza a Villa Castelli si è esibito da solo nell’Anfiteatro romano di Lecce nell’estate del 2011. Appena qualche mese fa è intervenuto presso il laboratorio urbano “Exfadda” di San Vito dei Normanni (occasione in cui ho avuto l’onore di intervistarlo personalmente, lasciatemelo dire). Lunedì scorso è iniziata una nuova avventura in giro per l’Italia a presentare quell’ultimo album che, guarda caso, è stato registrato un anno fa nello studio di Roy Paci, a pochi chilometri da Lecce. “Un lavoro corale”: così lo ha definito a più riprese il cantautore che, nonostante il successo raggiunto in una carriera ultradecennale, continua per la sua strada senza mai cadere vittima della presunzione. Lo“spirito” di cui Fabi parla spesso, la voglia di condividere, il senso di gratitudine nei confronti di chi gli riconosce l’indiscutibile valore, contribuiscono a farne una delle più belle espressioni della musica moderna italiana. L’idea che dietro un grande artista ci sia un grande uomo non dovrebbe dispiacere a nessuno, anzi.

A quanti decideranno di assistere ad una delle prossime tappe del tour, mi permetto di anticipare soltanto che lo spettacolo vale completamente il prezzo del biglietto.
Niccolò Fabi non si risparmia sul palco, si dimena nelle rare parentesi rock, trasuda quell’energia raccolta nei mesi trascorsi tra prove e showcase in versione acustica.
Propone i brani dell’ultimo album, ma non dimentica di regalare alcune chicche del passato.
Buona parte della scaletta si rifà ad “Ecco” e al precedente lavoro in studio “Solo un uomo”.
“Lasciarsi un giorno a Roma”, “Costruire”, “Offeso”, “Il negozio di antiquariato” e un’inedita versione psichedelica di “Capelli” sono brani che non possono essere esclusi da un live.
Quando i musicisti abbandonano il palco per farsi richiamare dal pubblico nel più classico dei riti da concerto, Fabi ritorna da solo e sfoggia una struggente versione di “Fuori o dentro”.
Poi è la volta di Pier Cortese e Roberto Angelini, i due compagni di viaggio prediletti. La forza di questo trio è probabilmente uno degli aspetti più belli della nuova dimensione musicale di Niccolò. Tre strumenti, tre voci non sempre armonizzate, ma la stessa identica intensità (se non lo avete ancora fatto, ascoltate la parte finale del brano “Sedici modi di dire verde” per capire di cosa sto parlando).
Dopo la breve parentesi acustica ritorna la band.
Si chiude con “Ecco”. E il tripudio del pubblico leccese non si fa attendere.
Tutti in piedi ad applaudire Fabi.
Tra la partenza e il traguardo” ci sono le più belle emozioni che solo un suo concerto può regalare.

Nient’altro da aggiungere.
Ecco.

L’artigiano del rock: Gianni Maroccolo

Gianni Maroccolo è una delle firme più illustri e autentiche del rock “made in Italy”. Il musicista/produttore artistico è passato agli onori della cronaca come uno dei fondatori dei Litfiba e per alcune importanti collaborazioni (Marlene Kuntz, CCCP).
Il 30 e 31 gennaio 2013 sarà sul palco dell’Alcatraz di Milano con i suoi vecchi compagni di giochi Pelù, Renzulli e Aiazzi per rispolverare la celebre “Trilogia del Potere”. Non si tratta di una semplice reunion, ma di un modo per rivivere quella che molti fan considerano la stagione artistica più importante della band toscana (1983/1989).

Ne approfitto per proporvi una mia intervista a Maroccolo di qualche tempo fa, realizzata in occasione della sua partecipazione allo “Yeahjasi! Brindisi Pop Fest 2012”.

Maroccolo, come si colloca la sua figura in un panorama musicale lontano anni luce dallo stile di vita e dal modo di “fare musica” che ha caratterizzato i Litfiba? Si è mai sentito “fuori luogo”?
“Ho sempre rincorso esperienze diverse, incontri umani e artistici, ben conscio di quanto sia importante per ogni uomo avere chiara la realtà in cui vive. Certo, spesso mi sono sentito avulso da ciò che mi circondava, ma ho preferito capire, ascoltare, informarmi per aprire la mente nella musica come nella vita”.
Uno dei suoi pochi rimpianti è di non aver proseguito l’esperienza live all’estero con i Litfiba..
“In effetti sì. Il pubblico ci apprezzava per come eravamo, non c’era nessuna barriera di lingua o di genere. I Litfiba era una band di caratura internazionale”.
Ricorda qualche aneddoto particolare di quel periodo?
“Ho vissuto per un po’ di tempo su un battello, sulla Senna, ospite dei manager di Fela Kuti. Ne accadevano di tutti i colori. Basti pensare alle perquisizioni ad ogni dogana in cui arrivavamo in situazioni “pessime” a bordo della peugeot di Piero Pelù”.
In un’intervista di qualche tempo fa ha dichiarato che la musica ha ormai perso il valore che aveva in passato. A cosa è legato questo pensiero?
“E’ la lettura oggettiva della realtà di questi tempi. Salvo per rare eccezioni, la musica oggi è puro intrattenimento. Si tratta di una perdita di forza e di interesse. Sono cresciuto ascoltando musica, per me era ed è una necessità. Ora è diverso, ma non sono uno di quelli che pensa che si stava meglio prima. Sono in corso mutazioni sociali naturali, tutto qui”.
 Perché aveva deciso di appendere il basso al chiodo?
“Avevo scelto di smettere proprio in uno di quei momenti in cui si pensa di non avere più niente da aggiungere, in cui ci si sente “fuori luogo”. Alcuni avvenimenti mi hanno fatto cambiare idea”.
Che cosa pensa della partecipazione dei Marlene Kuntz all’ultima edizione del Festival di Sanremo?
“Penso che ogni spazio vada occupato se questo viene fatto con dignità e onestà intellettuale”.
Cosa le ha lasciato un personaggio come Giovanni Lindo Ferretti?
“Artisticamente è stata un’esperienza meravigliosa. Come persona mi ha aperto la mente. Mi ha arricchito umanamente e intellettualmente”.
Perché in più occasioni ha parlato del musicista come di un “artigiano”?
“Odio definirmi artista, produttore o musicista. Credo di essere un artigiano e di avere rincorso i miei desideri e la mia voglia di creare attraverso la cultura del lavoro”.
Pensa che sia importante per un musicista ascoltare tutti i generi di musica o è meglio procedere ad ascolti specializzati?
“Non apprezzo chi giudica, chi divide la musica in generi, stili, mode. Personalmente, ascolto di tutto e in modo non prevenuto. Scopro bellezza anche dove non mi aspetterei di trovarla”.
 C’è un artista con cui le piacerebbe collaborare?
“Brian Eno, una sorta di “faro” per me”.
Ha mai pensato a cosa avrebbe fatto se non si fosse innamorato della musica?
“Avrei fatto il marinaio e avrei coltivato la passione della musica come hobby”.
 Il primo giugno 2012 è tornato sul palco con i Litfiba dopo oltre ventidue anni. Che sensazioni ha provato? 
“Un’emozione indescrivibile. Il momento più toccante è stato quando abbiamo provato lo spettacolo in sala. Dopo qualche minuto di imbarazzo generale, ci siamo ritrovati come nella nostra cantina ai vecchi tempi. La sera del concerto c’era da commuoversi. Era palpabile l’emozione di chi da anni ci chiedeva di riunirci almeno per una volta. Sono stato bene”.
Cosa si sente di consigliare ai giovani che vogliono vivere di musica?
“Non ho molti consigli da dare, ma ho più di trent’anni di esperienze sul groppone da condividere con i miei giovani colleghi musicisti”.

Ortelle: “cronaca rosa” e fumante della Fiera di San Vito

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Sul calendario esistono i giorni “rossi” che contrassegnano le festività tanto attese dai lavoratori.
Ma esistono anche i giorni “rosa”
Rosa come la cronaca delle vicende sentimentali.
Rosa come i succulenti maiali di Ortelle.
La fiera di San Vito è appuntamento annuale imperdibile per appassionati di gastronomia, falsi esterofili, convinti campanilisti e soprattutto per grandi consumatori di carne suina.
Non me vogliano vegetariani e vegani. Con questo articolo non voglio assolutamente rimettere in discussione le priorità che ognuno dà o è costretto a dare alla propria dieta per ragioni di salute o di etica. La mia “cronaca rosa” vuole solo narrare di una serata attesa un anno intero, in cui il piacere di stare con una bella compagnia di amici carnivori è stato condito degnamente da sale e pepe riposti in piccoli involucri di carta stagnola.
La carne è quasi passata in secondo piano.

Dopo questa bugia impietosa posso proseguire.
Basterà guardare le foto nella galleria allegata (contributo di un quanto mai affamato Dario Rovere) per comprendere lo spirito goliardico sprigionatosi dopo aver ingerito un panino con salsiccia piccante, due “turcinieddi”, una quantità imprecisa ma sostanziosa di lesso, cotica inclusa. E’ questo il piatto forte. Talmente forte che la digestione può subire dei piccoli ritardi. Ovviamente non ci sono regole ferree: le quantità possono mutare a seconda dei soggetti mangianti, così come l’offerta che ogni stand presenta alla fiera. Ce n’è per tutti i gusti: insalate di maiale, fettine cotte sulla brace, capicollo, salsicce, arrosto misto, fegatini. Tutto o quasi tutto si svolge nel padiglione principale, una struttura immensa che nei quattro giorni della fiera, una delle più antiche del sud Italia, è attraversata da migliaia e migliaia di visitatori, alcuni provenienti da altre regioni italiane.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare: il mio caro amico Ermes De Mauro ne sa una più del diavolo quando si tratta di mangiare. Già l’anno scorso aveva proposto il paradiso di Ortelle come tappa obbligatoria dei nostri abituali viaggi culinari. In pochi cogliemmo la veridicità delle sue parole su una situazione definita a dir poco esaltante. Come dargli torto? Trecentosessantacinque giorni fa c’è stata la folgorazione, ieri sera la conferma che i centosessanta chilometri complessivi percorsi per andare e tornare a Brindisi (Ortelle è localizzata nel profondo Salento) sono un investimento da fare indiscutibilmente.

La fiera di San Vito non è solo gastronomia. E’ tanto altro. E’ un momento di incontro, di condivisione, di scambio (“un pezzo di salsiccia a me, un pezzo di lesso a te”), di accoglienza.
Non posso non dedicare un ringraziamento particolare ai componenti dello staff dell’azienda “Carne Vitale”, un nome e una garanzia. Per quindici indimenticabili e meravigliosi minuti mi sono sentito uno di loro.
Un “grazie” va soprattutto a Marco che ha dispensato gadget e panini.
La cordialità non è dote sconosciuta da queste parti, ma niente va dato per scontato.
Della serie “Mangia, bivi e stuscìate susu”

Ed ecco voi una breve e condensata cronaca rosa
Di rosa ci sono i maiali.
Di sentimentale c’è l’affetto che nutro per questi animali.

I sei spavaldi che l’anno scorso sfidarono le intemperie sono diventati dodici in occasione dell’edizione 2012.
Un abbraccio va a Ermes De Mauro, Dario Dimitri, Angelo Dimonte, Marco Picoco, Dario Rovere, Francesca Gigante, Silvia Colella, Francesca Franco, Luigi Gorgoni, Valentina Daloisio e al piccolo Lorenzo.
Speriamo di essere più numerosi il prossimo anno.
Ci dispiace per chi ha preferito restare a casa o non è potuto venire.
In un modo o nell’altro abbiamo mangiato anche per loro.

Ps: è partita la raccolta delle adesioni per il prossimo anno.

Ciao!

Vincenzo

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