LAnotaMAGGIORE

testi e accordi dei miei pensieri

Archivi per il mese di “settembre, 2012”

Max Gazzè: tra musica e Mallarmé

Il principio “una cosa per volta” non sembra avere un grande estimatore nel cantautore Max Gazzè.  Nonostante siano ormai a buon punto i “lavori in corso” per il nuovo album, l’artista romano non ha nessuna intenzione di interrompere la sua attività live.
Negli ultimi anni è stato protagonista a San Vito dei Normanni, a Martina Franca, a Torre Regina Giovanna (Brindisi) e a Lecce. Si direbbe che le piace suonare in Puglia..
“C’è sempre un’accoglienza particolare da queste parti, un’alchimia con il pubblico che rispecchia quella che vivo sul palco con gli altri musicisti. Non ce l’ho fatta a fermarmi, avevo bisogno di continuare a suonare anche se in cantiere c’è il nuovo lavoro discografico”.
Qualche anticipazione in proposito?
“Sarà un album onesto, come quelli che ho fatto in passato. Non mi sono mai preoccupato troppo di inquadrare quello che faccio entro limiti prestabiliti, etichette, definizioni stilistiche. Mi piace l’idea che un album sia il riassunto della mia sensibilità artistica, delle emozioni che provo in un determinato momento della mia vita. Scrivo tanto, mi do’ sempre un po’ di tempo per capire se sto procedendo nella direzione giusta”.
Nascono prime le note e le parole delle sue canzoni?
“Sono percorsi diversi, il più delle volte è la musica che richiama atmosfere e sensazione che mi portano verso alcuni pensieri piuttosto che altri. Ma mi piace anche musicare le parole che di per sé hanno già una disposizione metrica precisa, come nel caso delle poesie”.
A proposito di poesie, i riferimenti a Stéphane Mallarmé ritornano frequentemente nella sua produzione..
“Sono sempre stato attirato dalle “pecore nere” della poesia francese ottocentesca, così come mi piacciono molti poeti italiani contemporanei come Eugenio Montale e Andrea Zanzotto. La parola poetica ha sempre un significato che va al di là dei codici imposti dal nostro impianto culturale”.
All’esperienza di cantautore-musicista ha affiancato ultimamente il debutto cinematografico e teatrale. Ha mai pensato di ripercorrere nuovamente queste strade?
“Non mi sono mai posto dei limiti, sono curioso e in quanto tale ho bisogno di sperimentare, soprattutto a livello musicale. Ultimamente sono impegnato nel progetto “l’uomo sinfonico” con il quale reinterpreto alcune arie e musiche tratte dal repertorio classico e lirico di Rossini, Mozart, Bizet, Puccini e Stravinskij. Poi suono in trio con i jazzisti Rita Marcotulli e Roberto Gatto”.
Solitamente il brano di chiusura dei suoi concerti è “La favola di Adamo ed Eva”  a cui segue un medley di musica straniera. A cosa è legata questa scelta?
“Alla voglia della band di regalare al pubblico e a se stessa una parentesi di improvvisazione musicale. Non potrebbe essere altrimenti dopo centinaia di live condotti allo stesso modo. Partiamo daWalking on the Moon” dei Police o da “Get up, stand up” di Bob Marley. Il finale non è mai lo stesso”.
La musica in Italia: quali sono le riflessioni in merito di Max Gazzè?
“Non credo a chi dice che quello contemporaneo sia un periodo difficile per la creatività. Piuttosto il problema risiede nelle modalità attraverso cui il “flusso” viene catalizzato. La meritocrazia è ormai sparita, molti cantanti si ritrovano a “cavalcare l’onda senza saper nuotare”. L’attenzione è puntata più sulle doti canore che sui contenuti e sulle qualità espressive”.

 (articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia)

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Chechi Juri, Juri Chechi!!

Michele Foresta, alias Mago Forest, riprende gli assiomi della comicità popolare senza mai scadere nella banalità. Dopo la gavetta trascorsa a “affinare il mestiere” l’ormai celebre personaggio televisivo ha conquistato la notorietà grazie a Zelig e alla presenza quasi stabile al fianco della Gialappa’s nelle varie edizioni della trasmissione “Mai dire Goal!”.
Foresta, com’è nato il suo personaggio più riuscito?
“Fu una sorta di imprinting dopo aver visto uno spettacolo, ma in generale sono sempre stato affascinato dalla figura dell’antieroe e dall’idea di fare la parodia di quello che mi accadeva intorno”.
C’è un artista che più di altri l’ha colpita particolarmente?
“Sicuramente il grande comico americano Django Edwards che rende in maniera impeccabile la figura del clown moderno. E’ stravagante, trasgressivo, folle. Il suo approccio mi ha colpito fin dalla prima volta che l’ho visto all’opera. Ultimamente l’ho incontrato di persona e mi ha chiesto di recarmi in Spagna per tenere dei laboratori presso la sua scuola. Direi che non potevo chiedere di meglio”.
Viviamo nell’epoca del consumismo artistico. Ciò che va bene oggi solitamente diventa obsoleto domani. Qual è il segreto per restare interessante agli occhi del pubblico?
“Oggi più che mai esporsi artisticamente vuol dire correre il rischio di essere centrifugato insieme a migliaia di altre esperienze. E’ necessario avere una grande passione per quello che si fa, voglia di studiare e migliorarsi, oltre a una grande dose di fortuna. Personalmente ho iniziato a fare spettacoli nelle sagre di paese, quindi ho sviluppato la capacità di entrare in sintonia con la gente guardandola da vicino”.
La gavetta l’ha portata all’estero. Quali sono le differenze più evidenti che ha riscontrato rispetto all’Italia?
“La scuola di mimo che ho frequentato a Milano prevedeva un po’ di pratica sul campo di teatro di strada, tradizione che da noi è sottovalutata, ma che gode di grande importanza in altre parti d’Europa. In Francia come in Inghilterra gli artisti di strada sono molto apprezzati e godono di uno status sociale decisamente più elevato rispetto alla qualifica di “accattoni” che gli italiani sono solito affibbiare loro”.
Chi fa ridere per lavoro come si approccia alla vita di tutti i giorni?
“Con la curiosità di sempre. Le cose più belle che ho fatto nascono dallo spirito di osservazione che permette di mettere a fuoco e di estremizzare alcuni particolari delle gente comune. Inoltre bisogna sempre restare con i piedi per terra. I miei colleghi che vivono su un piedistallo hanno capito ben poco della vita”.
Si sente libero di fare satira in televisione?
“Sostanzialmente sì. Non ricordo di aver avuto mai particolari problemi. Al massimo un paio di volte è stata interrotta una trasmissione per una battuta inopportuna agli occhi della produzione, ma da questo punto di vista lavorare con la Gialappa’s vuol dire stare in una botte di ferro”.
Cosa consiglierebbe ai ragazzi che sognano di intraprendere una carriera artistica?
“Di assecondare la propria indole. Il mestiere del comico si può affinare, non imparare. E poi come diceva Massimo Troisi, la prova del nove è il pubblico. Se fai ridere è bene, se non fai ridere è meglio restare a casa”.
Se non avesse fatto il mago-comico cosa avrebbe fatto?
“Sarei diventato Premier. O magari Papa”.
Ha altro da aggiungere?
“Non sono io il padre del bambino che Raffaella Fico porta in grembo”.

(articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia in data 8 settembre 2012)

Zucchero filato e giri da brivido

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La tradizione vuole che la festa annuale del Santo Patrono brindisino sia uno dei momenti più attesi dalla cittadinanza, occasione come poche in cui anche i più accaniti seguaci dell’ “home style “si schiodano dalle proprie poltrone per prendere parte all’iniziativa. Un vero e proprio fenomeno sociale e culturale quello che annualmente si rivela sotto gli occhi di tutti e che meriterebbe studi approfonditi per cogliere le sfaccettature più nascoste e incomprensibili che guidano il pensiero del brindisino medio. Una domanda su tutte non può lasciare indifferenti: dove si nasconde durante il resto dell’anno quella calca assurda di gente che tra fine agosto e inizio settembre si riversa nel centro storico in occasione dei festeggiamenti per San Teodoro? O la devozione religiosa dei brindisini è decisamente sopra gli standard dell’intero continente o semplicemente c’è gente che mette il naso fuori da casa solo nella settimana delle celebrazioni patronali. L’attaccamento a certi rituali non può e non deve essere assolutamente motivo di pregiudizio o discriminazione, ma sarebbe bello che la comunità vivesse maggiormente la città non solo in occasioni speciali. D’altro canto come si può resistere al fascino delle tanto sospirate bancarelle? E che dire delle dimostrazioni live dei coltelli più taglienti dell’universo e dei più rinomati ritrovati della scienza e della tecnica? Per non parlare poi del principale oggetto del desiderio dei teenager brindisini: le giostre. I famigerati Tacadà e The Ranger riescono a far esprimere al meglio l’estro degli elementi più folkloristici della nostra città. Perché solo chi resiste in piedi sulla piattaforma è un vero supereroe.

Meno male che esiste ancora lo zucchero filato.

Che San Teodoro ci assista.

(articolo pubblicato su I love Brindisi N° 24)

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