LAnotaMAGGIORE

testi e accordi dei miei pensieri

Archivi per il mese di “gennaio, 2013”

Il “flamenco jazz drumming” di Israel Varela

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Il “flamenco jazz drumming” è la cifra stilistica distintiva di Israel Varela, giovane batterista, compositore e cantante messicano che in poco tempo ha conquistato la fiducia di grandi artisti internazionali. Pat Metheny, Charlie Haden, Yo Yo Ma, Mike Stern, Bireli Lagrene, Bob Mintzer, Diego Amador e Pino Daniele sono solo alcuni nomi che hanno voluto a tutti i costi Varela al proprio fianco. L’artista è stato protagonistaieri ieri sera presso l’Exfadda di San Vito dei Normanni di un grande concerto. Ha presentato le composizioni di “Zamar”, il suo ultimo disco, e dei due album precedenti “Tijuana Portrait” e “Border People” (vincitore dell’Euro Latin Award 2008). Con il musicista si sono esibiti Alfredo Paixao (basso), Kamal Musallam (oud/chitarra arabic fusion), Marcello Allulli (sax), Cristina Benitez (ballo flamenco), Angelo Trabucco (pianoforte) .
Varela, ha avuto come maestri Alex Acuña e Dave Wackel. Cosa le hanno lasciato in dote questi “signori della batteria”?
“Acuña rappresenta una figura paterna per  me. Lo vidi suonare quando ero adolescente e cercai in tutti i modi di convincerlo a insegnarmi il suo metodo. Mi ci sono voluti sei mesi prima di riuscire a rincontrarlo perché era sempre in giro per il mondo in tournèe. Feci un’audizione e decise di prendermi come allievo. Apprezzava la mia fame di musica. Facevo tre ore di macchina per andare a lezione, cercavo di dare sempre di più rispetto alle sue pretese. Non ha mai voluto un soldo da me. Dopo tre anni mi suggerì di andare da Wackel. Non sarei lo stesso musicista che sono se non avessi avuto questi due grandi maestri”.
Nel flamenco tradizionale non è utilizzata la batteria. Come nasce l’idea del “flamenco jazz drumming”?
“Il mio amico musicista Carles Benavent mi regalò un album di flamenco di Diego Amador. Quando iniziai ad ascoltare le tracce ebbi subito la voglia di avvicinarmi a quella musica. Allora vivevo in Italia. Decisi di trasferirmi a Siviglia, di partire dai rudimenti e di perfezionarmi pian piano nell’applicazione della batteria a quel genere. Dopo sette anni tornai a Roma. Ricevetti la telefonata che attendevo da quando mi ero partito alla volta della Spagna: era Diego Amador che mi aveva sentito suonare e che mi voleva con sé in un suo progetto musicale”.
E’ nato in Messico, ma attualmente vive in Italia. Come si inserisce da un punto di vista culturale in due realtà così lontane?
“Sono due paesi distanti più da un punto di vista geografico che culturale, il modo in cui vengono vissute le relazioni è molto simile. L’Italia mi ha accolto a braccia aperte”.
Che cosa cambierebbe del nostro paese?
“Sarebbe opportuna una rivalutazione del patrimonio artistico italiano che partisse dalle scuole e dalla didattica. A volte mi capita di incontrare allievi che non conoscono Rossini, Puccini Verdi, così come Michelangelo e Leonardo. In Italia c’è il settanta percento della storia dell’arte mondiale che potrebbe e dovrebbe rappresentare il punto di forza per risalire la china”.
Cosa si sente di consigliare ai suoi colleghi che vorrebbero “vivere di musica”?
“In primis di capire realmente il perché si desidera fare musica. E’ indispensabile lavorare tanto per migliorarsi, per trovare una “voce propria” che consenta di essere originali e non la copia di altri artisti”.

(il post tratto da articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia in data 16 gennaio 2013)

Per ascoltare la musica di Israel Varela

http://www.reverbnation.com/israelvarela

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Ecco Niccolò!

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Niccolò Fabi sa bene quanto sia importante stabilire un contatto diretto con il pubblico. Ne ha dato prova ancora una volta il 14 gennaio durante la prima tappa del suo nuovo tour. Il Politeama Greco di Lecce ha accolto “la paura del debutto e il tremore dell’esordio” dell’artista romano che col Salento e i suoi abitanti ha ormai instaurato un rapporto di stima e di affetto. Negli ultimi due anni Fabi è tornato a suonare da queste parti in ben quattro occasioni e ogni volta ha lasciato il segno. Dopo il concerto in piazza a Villa Castelli si è esibito da solo nell’Anfiteatro romano di Lecce nell’estate del 2011. Appena qualche mese fa è intervenuto presso il laboratorio urbano “Exfadda” di San Vito dei Normanni (occasione in cui ho avuto l’onore di intervistarlo personalmente, lasciatemelo dire). Lunedì scorso è iniziata una nuova avventura in giro per l’Italia a presentare quell’ultimo album che, guarda caso, è stato registrato un anno fa nello studio di Roy Paci, a pochi chilometri da Lecce. “Un lavoro corale”: così lo ha definito a più riprese il cantautore che, nonostante il successo raggiunto in una carriera ultradecennale, continua per la sua strada senza mai cadere vittima della presunzione. Lo“spirito” di cui Fabi parla spesso, la voglia di condividere, il senso di gratitudine nei confronti di chi gli riconosce l’indiscutibile valore, contribuiscono a farne una delle più belle espressioni della musica moderna italiana. L’idea che dietro un grande artista ci sia un grande uomo non dovrebbe dispiacere a nessuno, anzi.

A quanti decideranno di assistere ad una delle prossime tappe del tour, mi permetto di anticipare soltanto che lo spettacolo vale completamente il prezzo del biglietto.
Niccolò Fabi non si risparmia sul palco, si dimena nelle rare parentesi rock, trasuda quell’energia raccolta nei mesi trascorsi tra prove e showcase in versione acustica.
Propone i brani dell’ultimo album, ma non dimentica di regalare alcune chicche del passato.
Buona parte della scaletta si rifà ad “Ecco” e al precedente lavoro in studio “Solo un uomo”.
“Lasciarsi un giorno a Roma”, “Costruire”, “Offeso”, “Il negozio di antiquariato” e un’inedita versione psichedelica di “Capelli” sono brani che non possono essere esclusi da un live.
Quando i musicisti abbandonano il palco per farsi richiamare dal pubblico nel più classico dei riti da concerto, Fabi ritorna da solo e sfoggia una struggente versione di “Fuori o dentro”.
Poi è la volta di Pier Cortese e Roberto Angelini, i due compagni di viaggio prediletti. La forza di questo trio è probabilmente uno degli aspetti più belli della nuova dimensione musicale di Niccolò. Tre strumenti, tre voci non sempre armonizzate, ma la stessa identica intensità (se non lo avete ancora fatto, ascoltate la parte finale del brano “Sedici modi di dire verde” per capire di cosa sto parlando).
Dopo la breve parentesi acustica ritorna la band.
Si chiude con “Ecco”. E il tripudio del pubblico leccese non si fa attendere.
Tutti in piedi ad applaudire Fabi.
Tra la partenza e il traguardo” ci sono le più belle emozioni che solo un suo concerto può regalare.

Nient’altro da aggiungere.
Ecco.

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