LAnotaMAGGIORE

testi e accordi dei miei pensieri

Archivi per il mese di “maggio, 2014”

Come il suono dei passi sulla neve..

Zibba

Ho conosciuto Zibba di persona dopo aver ascoltato e assaporato buona parte della sua produzione grazie al suggerimento di amici milanesi che lo seguono dall’esordio.
Qualche tempo fa, presso la Masseria Ospitale di Lecce, si è esibito da solo, chitarra e voce, riportando le sue canzoni all’essenza.
Dal vivo è ancora meglio che sul disco.
Mi piace il contrasto tra la voce graffiante e la delicatezza che riesce ad imprimere alle sue canzoni.
Come un gigante che accarezza i fiori di campo con mani ruvide, segnate dal tempo, senza deturparli.
“Come il suono dei passi sulla neve”.
Probabilmente sono di parte, ma credo che il suo lavoro meriti attenzione.
La partecipazione all’ultimo Festival ne ha suggellato la meritata visibilità mediatica, come poche volte accade quando si parla di canzone d’autore. Quella vera, per intenderci, che poco ha da spartire con stereotipi, tendenze del momento, affannose ricerche di un’identità musicale alternativa.
Non è un caso che il brano “Senza di te” abbia ottenuto il Premio della critica “Mia Martini” e il Premio della Sala Stampa Radio-tv “Lucio Dalla”, ma dietro c’è molto altro.
Qualche giorno prima del concerto in terra salentina ho avuto la possibilità di intervistarlo telefonicamente.
L’intervista non è stata pubblicata interamente, quindi la riporto di seguito.
Buona lettura!

Zibba, c’è un aneddoto particolare dietro l’inizio della sua attività artistica?
“Ricordo perfettamente la mia prima esibizione dal vivo come pianista, avevo quattordici anni. Capì subito di trovarmi a mio agio sul palco, mi piaceva l’energia che mi arrivava dal pubblico. Credo di aver deciso in quella occasione che per tutta la vita avrei provato a fare ciò che, fortunatamente, faccio ancora oggi”.

Pur non avendo i connotati del tipico artista sanremese, è riuscito a partecipare all’ultima edizione del Festival. Com’è cambiata la sua vita?
“Non è cambiato nulla, al massimo arriva qualche richiesta in più per i concerti. Con la band ho costruito una storia solida in questi anni di attività insieme; abbiamo le spalle forti di chi si guarda bene dal modificare il proprio atteggiamento in funzione della maggiore visibilità che alcuni eventi possono conferire”.

Come nasce il nome Zibba & Almalibre? Che tipo di organizzazione c’è alla base della band?
“Il nome è frutto del caso. Ormai siamo una famiglia a tutti gli effetti, ma siamo anche un gruppo di lavoro che non condivide solo la musica, ma anche uno stile di vita e i valori che consideriamo importanti”.

Come nascono le vostre canzoni?                      
“I brani prendono spunto dal vissuto quotidiano, dalle emozioni del momento, da una esigenza di raccontare e raccontarsi. Non c’è mai un lavoro fatto a tavolino, ma c’è una divisione abbastanza netta dei ruoli. Quando propongo una nuova canzone al resto della band, solitamente ho un’idea abbastanza precisa dell’andamento e delle sonorità. I musicisti cercano sempre di lavorare in funzione delle mie indicazioni. Sono abbastanza geloso dell’idea primordiale di ogni brano che scrivo”.

Come cambia il suo approccio alla canzone quando scrive per altri?
“Cambia tutto, mi sento più libero, non devo fare continuamente i conti con la mia emotività. Prima di iniziare a lavorare su un brano, mi piace trascorrere del tempo con l’interprete, ascoltare le sue parole, provare ad immedesimarmi nel suo vissuto”.

Quali sono gli aspetti della musica italiana che proprio non le piacciono?
“Non c’è nulla che non mi piace, la musica di oggi è figlia del nostro tempo. Cerco di prendere gli aspetti positivi, come il rinnovato interesse nei confronti della musica d’autore da parte di una piccola fetta del pubblico”.

C’è un artista con cui le piacerebbe collaborare?
“Ci sono molti artisti con cui attualmente collaboro, tantissimi altri con cui mi piacerebbe collaborare, non solo musicisti. I percorsi virtuosi devono, però, nascere da una scintilla iniziale”.

Cosa mi dice della Puglia?
“E’ l’unica regione in cui mi piacerebbe vivere se dovessi scegliere di allontanarmi stabilmente da casa mia”.

(tratto da articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia)

 

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Dio è morto?

Melissa Bassi

Mi han detto 
che questa mia generazione ormai non crede 
in ciò che spesso han mascherato con la fede,
nei miti eterni della patria o dell’ eroe
perché è venuto ormai il momento di negare
tutto ciò che è falsità, le fedi fatte di abitudine e paura,
una politica che è solo far carriera,
il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto,
l’ ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto
e un dio che è morto,
nei campi di sterminio dio è morto,
coi miti della razza dio è morto
con gli odi di partito

dio è morto..
(F. Guccini)

La canzone è uno strumento comunicativo la cui carica emozionale può essere più forte di qualsiasi altro documento, di qualsiasi opinione.
“Dio è morto”, scritta da Francesco Guccini nel ’67, racchiude le sensazioni negative che il cantautore bolognese espresse in riferimento ad alcune dinamiche perpetuate nella nostra società. Il brano rimanda al celebre motto nietzschiano inerente al decadimento del mondo occidentale.
Già, decadimento..
Basta questa parola per inquadrare l’orrore che ha messo in ginocchio la città Brindisi e l’Italia intera?
La “sveglia nera” ha suonato alle 7.38 di sabato 19 maggio 2012, destando brutalmente la nostra serenità, annullando la convinzione di vivere al sicuro. Al posto della povera Melissa Bassi, barbaramente uccisa dall’esplosione di un ordigno nascosto nei pressi dell’istituto per i servizi sociali “Morvillo Falcone”, poteva esserci chiunque.
Potevano esserci dieci, cento studentesse e ora staremmo a parlare di una strage umanitaria.
Ma quanto si è consumato ha comunque i connotati della disfatta civile, di una strada senza ritorno, della pagina più cruenta della nostra storia.
Si sono spese milioni di parole in questi giorni di infinita tristezza, sono stati scritti centinaia di articoli su quanto è accaduto, la vicenda è stata sviscerata a dovere dagli addetti ai lavori e da molti improvvisati e improbabili comunicatori.
Ora che il cuore decelera e i battiti lentamente ritornano al ritmo normale è più facile avere una visuale meno viziata dalle forti emozioni che possono indurre inevitabilmente a fare degli errori di valutazione. E’ il caso di ripercorrere mnemonicamente quanto si è visto per non dimenticare, per riflettere, per evitare di sbagliare ancora.

Abbiamo visto la lucida follia dell’uomo che arriva ad ammazzare i suoi simili nel modo più vigliacco possibile, come mai era accaduto prima d’ora in Italia.
Abbiamo visto le strade bloccate, le pattuglie delle forze dell’ordine, le saracinesche tranciate dai residui delle bombole schizzati via nell’esplosione.
Abbiamo incrociato gli sguardi dei nostri concittadini e condiviso il più atroce silenzio.
Abbiamo avuto paura, la paura peggiore, quella che sradica violentemente le certezze.
Abbiamo ascoltato le dichiarazioni degli inquirenti e le supposizioni fin troppo precipitose dei giornalisti.
Abbiamo assistito alla “caccia di notizie e di audience”, allo sciacallaggio mediatico lontano anni luce dall’etica informativa professionale.
Abbiamo visto pubblicare foto sconcertanti contro i principi del buon gusto, del pudore, del rispetto nei confronti della gente che continua a soffrire.
Abbiamo visto dipingere dai principali media nazionali un’immagine non veritiera della nostra terra e delle nostre radici.
Abbiamo sentito parlare di Mafia, di criminalità organizzata, di collegamenti con anniversari e date significative e abbiamo tratto le nostre conclusioni senza avere prima le dovute rassicurazioni istituzionali.
Abbiamo pianto per la scomparsa di Melissa e per presunta morte di Veronica, confermata e smentita svariate volte, in maniera ignobile, durante la giornata di sabato 19 maggio 2012.
Abbiamo compreso (si spera) l’effetto boomerang dei social network, di quanto sia disdicevole e pericoloso diffondere notizie false..
Ma abbiamo anche affollato Piazza Vittoria per manifestare al mondo intero lo sdegno nei confronti di questi vili assassini.
Abbiamo riempito la Chiesa Madre di Mesagne per un abbraccio collettivo ai genitori della giovane vittima.
Abbiamo dato un immediato segno di reazione, abbiamo ripopolato le scuole, abbiamo mostrato la comune voglia di riportarci alla normalità e di essere uniti contro qualsiasi forma di violenza..

..ma penso
che questa mia generazione è preparata
a un mondo nuovo e a una speranza appena nata,
ad un futuro che ha già in mano,
a una rivolta senza armi,
perché noi tutti ormai sappiamo
che se dio muore è per tre giorni e poi risorge,
in ciò che noi crediamo dio è risorto,
in ciò che noi vogliamo dio è risorto,
nel mondo che faremo

dio è risorto…

 

 

(articolo pubblicato su FreeBrindisi a Maggio 2012)

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