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testi e accordi dei miei pensieri

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Come il suono dei passi sulla neve..

Zibba

Ho conosciuto Zibba di persona dopo aver ascoltato e assaporato buona parte della sua produzione grazie al suggerimento di amici milanesi che lo seguono dall’esordio.
Qualche tempo fa, presso la Masseria Ospitale di Lecce, si è esibito da solo, chitarra e voce, riportando le sue canzoni all’essenza.
Dal vivo è ancora meglio che sul disco.
Mi piace il contrasto tra la voce graffiante e la delicatezza che riesce ad imprimere alle sue canzoni.
Come un gigante che accarezza i fiori di campo con mani ruvide, segnate dal tempo, senza deturparli.
“Come il suono dei passi sulla neve”.
Probabilmente sono di parte, ma credo che il suo lavoro meriti attenzione.
La partecipazione all’ultimo Festival ne ha suggellato la meritata visibilità mediatica, come poche volte accade quando si parla di canzone d’autore. Quella vera, per intenderci, che poco ha da spartire con stereotipi, tendenze del momento, affannose ricerche di un’identità musicale alternativa.
Non è un caso che il brano “Senza di te” abbia ottenuto il Premio della critica “Mia Martini” e il Premio della Sala Stampa Radio-tv “Lucio Dalla”, ma dietro c’è molto altro.
Qualche giorno prima del concerto in terra salentina ho avuto la possibilità di intervistarlo telefonicamente.
L’intervista non è stata pubblicata interamente, quindi la riporto di seguito.
Buona lettura!

Zibba, c’è un aneddoto particolare dietro l’inizio della sua attività artistica?
“Ricordo perfettamente la mia prima esibizione dal vivo come pianista, avevo quattordici anni. Capì subito di trovarmi a mio agio sul palco, mi piaceva l’energia che mi arrivava dal pubblico. Credo di aver deciso in quella occasione che per tutta la vita avrei provato a fare ciò che, fortunatamente, faccio ancora oggi”.

Pur non avendo i connotati del tipico artista sanremese, è riuscito a partecipare all’ultima edizione del Festival. Com’è cambiata la sua vita?
“Non è cambiato nulla, al massimo arriva qualche richiesta in più per i concerti. Con la band ho costruito una storia solida in questi anni di attività insieme; abbiamo le spalle forti di chi si guarda bene dal modificare il proprio atteggiamento in funzione della maggiore visibilità che alcuni eventi possono conferire”.

Come nasce il nome Zibba & Almalibre? Che tipo di organizzazione c’è alla base della band?
“Il nome è frutto del caso. Ormai siamo una famiglia a tutti gli effetti, ma siamo anche un gruppo di lavoro che non condivide solo la musica, ma anche uno stile di vita e i valori che consideriamo importanti”.

Come nascono le vostre canzoni?                      
“I brani prendono spunto dal vissuto quotidiano, dalle emozioni del momento, da una esigenza di raccontare e raccontarsi. Non c’è mai un lavoro fatto a tavolino, ma c’è una divisione abbastanza netta dei ruoli. Quando propongo una nuova canzone al resto della band, solitamente ho un’idea abbastanza precisa dell’andamento e delle sonorità. I musicisti cercano sempre di lavorare in funzione delle mie indicazioni. Sono abbastanza geloso dell’idea primordiale di ogni brano che scrivo”.

Come cambia il suo approccio alla canzone quando scrive per altri?
“Cambia tutto, mi sento più libero, non devo fare continuamente i conti con la mia emotività. Prima di iniziare a lavorare su un brano, mi piace trascorrere del tempo con l’interprete, ascoltare le sue parole, provare ad immedesimarmi nel suo vissuto”.

Quali sono gli aspetti della musica italiana che proprio non le piacciono?
“Non c’è nulla che non mi piace, la musica di oggi è figlia del nostro tempo. Cerco di prendere gli aspetti positivi, come il rinnovato interesse nei confronti della musica d’autore da parte di una piccola fetta del pubblico”.

C’è un artista con cui le piacerebbe collaborare?
“Ci sono molti artisti con cui attualmente collaboro, tantissimi altri con cui mi piacerebbe collaborare, non solo musicisti. I percorsi virtuosi devono, però, nascere da una scintilla iniziale”.

Cosa mi dice della Puglia?
“E’ l’unica regione in cui mi piacerebbe vivere se dovessi scegliere di allontanarmi stabilmente da casa mia”.

(tratto da articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia)

 

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Cristina Donà tra natura e musica

A 2060Cristina, ha abbandonato la dimensione caotica della città per vivere a contatto con la natura. Quanto la aiuta questa scelta a livello compositivo?
“Sono ormai vent’anni che vivo lontana dalla metropoli e credo di aver risentito degli effetti positivi di questa scelta di vita. Generalmente si associa all’ambiente urbano la maggiore possibilità di avere spunti emozionali. Per quanto mi riguarda ho trovato la mia dimensione ideale là dove c’è possibilità di “fare spazio attorno a sé”. Ne avevo bisogno. Ho potuto liberare quella creatività che era ancora in uno stato embrionale”.

Come descriverebbe il percorso evolutivo della sua carriera e del suo stile, dal primo album “Tregua” a “Torno a casa a piedi”?
“Nei primi lavori prestavo molta attenzione ai testi e meno alla musica. Mettevo le parole davanti a tutto. Cercavo di descrivere stati d’animo più che raccontare storie. Successivamente ho sentito il bisogno di concentrarmi sull’aspetto musicale e ho deciso di condividere il mio lavoro con altri artisti. E’ nata così la mia collaborazione stabile con Saverio Lanza. Ovviamente, col passare del tempo è cambiato anche il mio modo di scrivere. Ho capito che la profondità non va ricercata a tutti i costi nell’astrattezza, ma nelle cose semplici che non si dimenticano e che ritornano anche a distanza di anni”.

C’è un punto di contatto tra la composizione di canzoni e il suo diploma in scenografia?
“La predisposizione a descrivere la realtà per immagini. Riuscire a osservare il mondo attraverso i particolari, attraverso la combinazione degli opposti e i contrasti. Avere la possibilità di narrare con l’ausilio del linguaggio poetico”.

Tempo fa ha prestato la sua musica a “Uomini e cani”, monologo di Marco Paolini tratto da tre racconti di Jack London. Che emozioni le ha lasciato quella storia?
“E’ stata un’esperienza artistica ed umana meravigliosa, commovente. L’esibizione si tenne sulle Alpi Orobie. Quattromila persone arrivarono sul posto in silenzio dopo un’ora di cammino tra i boschi. Credo che la fruizione artistica combinata con la natura sia una formula vincente”.

Qual è la figura che ha segnato in maniera decisiva la sua carriera?
“Potrei fare molti nomi, ma su tutti spicca quello di mio marito, lo scrittore Davide Sapienza. All’inizio del mio percorso, quando eravamo solo amici, mi convinse che non potevo fare la scenografa per tutta la vita, ma che dovevo dedicarmi alla musica”.

Il nome dell’artista con cui vorrebbe collaborare?
“Il sogno sarebbe avere al mio fianco Brian Eno”.

Si parla sempre più spesso di musica indipendente, a volte in maniera inappropriata. Lei si sente indipendente? E se sì, da cosa?
“Mi viene in mente una canzone dell’ultimo album di Niccolò Fabi. Sì, mi sento indipendente per quanto concerne le scelte artistiche. D’altro canto, non mi piacciono i limiti concettuali di quanti associano l’indipendenza al rifiuto categorico delle major. Non condivido l’idea degli artisti che preferiscono rivolgersi a pochi solo per sentirsi “indipendenti”. Non credo nei vincoli, ma nella libertà artistica e nella qualità”.

Quanto è difficile attualmente in Italia fare della musica la propria professione?
“Bisogna essere pronti a fare dei sacrifici, è importate non sentirsi mai soli. Per quanto si possa pensare che gli artisti siano dei privilegiati, in Italia esistono poche forme di tutela. D’altro canto, non ci si può arrendere, c’è una tradizione da portare avanti”.

(articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia in data 22.03.2013)

Rêverie Duo: sensazioni post concerto

Valerio Daniele e Redi Hasa

Cercavo un paragone che potesse rendere l’idea della bellezza del concerto tenutosi ieri al Wine Bar Food di Brindisi. Sì, di bellezza si tratta, anche se la musica non si vede e non si può toccare. Ma la sensazione di appagamento è la medesima. Come un soffio di calore sulla pelle esposta al vento invernale. Come il sorriso di un bambino che resta incantato ascoltando la favola avvincente di un buon narratore.
Redi Hasa e Valerio Daniele sono il contenuto e la voce, lo sguardo ammiccante e l’opera d’arte mai vista prima, il collage e il pezzo mancate, l’amante e il brivido delle labbra sfiorate.
Non c’è bisogno di un’orchestra per fare un grande concerto. Bastano la bravura, la sensibilità e la complicità del “due”.
Quando Valerio spinge sulle corde su “Baci e ferraglia”, il violoncello di Redi stride, il suono si contorce. L’atmosfera si incupisce tutto ad un tratto, la tensione sale. Poi svanisce così come è comparsa. Senza stonature. Improvvisa, ma lieve. Il motivo grave riprende possesso del brano e la favola continua.
La musica non è mai un contorno, neanche quando la dinamica si abbassa e si avvicina al silenzio. Neanche quando cresce e le note si fanno più fitte e nervose.
La musica è la colonna sonora di un film che spero di rivedere presto.
Nel progetto “Rêverie Duo” nulla è scontato, due timonieri di grande personalità devono rispettarsi per poter andare d’accordo, per volersi bene come fratelli, per rientrare a casa insieme a bordo della stessa “barchetta di carta”.
Invitarli a fermarsi per raccontare al pubblico di Brindisi le storie impresse dall’eco di “dodici voci”, le storie che percorrono “quella strada di Tirana”, le storie che non dimenticano “il resto delle cose”, è stata una grande idea.
Le “stagioni” cambiano, ma la bella musica resta.
Come le favole.

Grazie ragazzi.

Grazie Ottavio.

“Note d’autore 2013” continua la prossima settimana.

Il “flamenco jazz drumming” di Israel Varela

Israel_Varela

Il “flamenco jazz drumming” è la cifra stilistica distintiva di Israel Varela, giovane batterista, compositore e cantante messicano che in poco tempo ha conquistato la fiducia di grandi artisti internazionali. Pat Metheny, Charlie Haden, Yo Yo Ma, Mike Stern, Bireli Lagrene, Bob Mintzer, Diego Amador e Pino Daniele sono solo alcuni nomi che hanno voluto a tutti i costi Varela al proprio fianco. L’artista è stato protagonistaieri ieri sera presso l’Exfadda di San Vito dei Normanni di un grande concerto. Ha presentato le composizioni di “Zamar”, il suo ultimo disco, e dei due album precedenti “Tijuana Portrait” e “Border People” (vincitore dell’Euro Latin Award 2008). Con il musicista si sono esibiti Alfredo Paixao (basso), Kamal Musallam (oud/chitarra arabic fusion), Marcello Allulli (sax), Cristina Benitez (ballo flamenco), Angelo Trabucco (pianoforte) .
Varela, ha avuto come maestri Alex Acuña e Dave Wackel. Cosa le hanno lasciato in dote questi “signori della batteria”?
“Acuña rappresenta una figura paterna per  me. Lo vidi suonare quando ero adolescente e cercai in tutti i modi di convincerlo a insegnarmi il suo metodo. Mi ci sono voluti sei mesi prima di riuscire a rincontrarlo perché era sempre in giro per il mondo in tournèe. Feci un’audizione e decise di prendermi come allievo. Apprezzava la mia fame di musica. Facevo tre ore di macchina per andare a lezione, cercavo di dare sempre di più rispetto alle sue pretese. Non ha mai voluto un soldo da me. Dopo tre anni mi suggerì di andare da Wackel. Non sarei lo stesso musicista che sono se non avessi avuto questi due grandi maestri”.
Nel flamenco tradizionale non è utilizzata la batteria. Come nasce l’idea del “flamenco jazz drumming”?
“Il mio amico musicista Carles Benavent mi regalò un album di flamenco di Diego Amador. Quando iniziai ad ascoltare le tracce ebbi subito la voglia di avvicinarmi a quella musica. Allora vivevo in Italia. Decisi di trasferirmi a Siviglia, di partire dai rudimenti e di perfezionarmi pian piano nell’applicazione della batteria a quel genere. Dopo sette anni tornai a Roma. Ricevetti la telefonata che attendevo da quando mi ero partito alla volta della Spagna: era Diego Amador che mi aveva sentito suonare e che mi voleva con sé in un suo progetto musicale”.
E’ nato in Messico, ma attualmente vive in Italia. Come si inserisce da un punto di vista culturale in due realtà così lontane?
“Sono due paesi distanti più da un punto di vista geografico che culturale, il modo in cui vengono vissute le relazioni è molto simile. L’Italia mi ha accolto a braccia aperte”.
Che cosa cambierebbe del nostro paese?
“Sarebbe opportuna una rivalutazione del patrimonio artistico italiano che partisse dalle scuole e dalla didattica. A volte mi capita di incontrare allievi che non conoscono Rossini, Puccini Verdi, così come Michelangelo e Leonardo. In Italia c’è il settanta percento della storia dell’arte mondiale che potrebbe e dovrebbe rappresentare il punto di forza per risalire la china”.
Cosa si sente di consigliare ai suoi colleghi che vorrebbero “vivere di musica”?
“In primis di capire realmente il perché si desidera fare musica. E’ indispensabile lavorare tanto per migliorarsi, per trovare una “voce propria” che consenta di essere originali e non la copia di altri artisti”.

(il post tratto da articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia in data 16 gennaio 2013)

Per ascoltare la musica di Israel Varela

http://www.reverbnation.com/israelvarela

Ecco Niccolò!

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Niccolò Fabi sa bene quanto sia importante stabilire un contatto diretto con il pubblico. Ne ha dato prova ancora una volta il 14 gennaio durante la prima tappa del suo nuovo tour. Il Politeama Greco di Lecce ha accolto “la paura del debutto e il tremore dell’esordio” dell’artista romano che col Salento e i suoi abitanti ha ormai instaurato un rapporto di stima e di affetto. Negli ultimi due anni Fabi è tornato a suonare da queste parti in ben quattro occasioni e ogni volta ha lasciato il segno. Dopo il concerto in piazza a Villa Castelli si è esibito da solo nell’Anfiteatro romano di Lecce nell’estate del 2011. Appena qualche mese fa è intervenuto presso il laboratorio urbano “Exfadda” di San Vito dei Normanni (occasione in cui ho avuto l’onore di intervistarlo personalmente, lasciatemelo dire). Lunedì scorso è iniziata una nuova avventura in giro per l’Italia a presentare quell’ultimo album che, guarda caso, è stato registrato un anno fa nello studio di Roy Paci, a pochi chilometri da Lecce. “Un lavoro corale”: così lo ha definito a più riprese il cantautore che, nonostante il successo raggiunto in una carriera ultradecennale, continua per la sua strada senza mai cadere vittima della presunzione. Lo“spirito” di cui Fabi parla spesso, la voglia di condividere, il senso di gratitudine nei confronti di chi gli riconosce l’indiscutibile valore, contribuiscono a farne una delle più belle espressioni della musica moderna italiana. L’idea che dietro un grande artista ci sia un grande uomo non dovrebbe dispiacere a nessuno, anzi.

A quanti decideranno di assistere ad una delle prossime tappe del tour, mi permetto di anticipare soltanto che lo spettacolo vale completamente il prezzo del biglietto.
Niccolò Fabi non si risparmia sul palco, si dimena nelle rare parentesi rock, trasuda quell’energia raccolta nei mesi trascorsi tra prove e showcase in versione acustica.
Propone i brani dell’ultimo album, ma non dimentica di regalare alcune chicche del passato.
Buona parte della scaletta si rifà ad “Ecco” e al precedente lavoro in studio “Solo un uomo”.
“Lasciarsi un giorno a Roma”, “Costruire”, “Offeso”, “Il negozio di antiquariato” e un’inedita versione psichedelica di “Capelli” sono brani che non possono essere esclusi da un live.
Quando i musicisti abbandonano il palco per farsi richiamare dal pubblico nel più classico dei riti da concerto, Fabi ritorna da solo e sfoggia una struggente versione di “Fuori o dentro”.
Poi è la volta di Pier Cortese e Roberto Angelini, i due compagni di viaggio prediletti. La forza di questo trio è probabilmente uno degli aspetti più belli della nuova dimensione musicale di Niccolò. Tre strumenti, tre voci non sempre armonizzate, ma la stessa identica intensità (se non lo avete ancora fatto, ascoltate la parte finale del brano “Sedici modi di dire verde” per capire di cosa sto parlando).
Dopo la breve parentesi acustica ritorna la band.
Si chiude con “Ecco”. E il tripudio del pubblico leccese non si fa attendere.
Tutti in piedi ad applaudire Fabi.
Tra la partenza e il traguardo” ci sono le più belle emozioni che solo un suo concerto può regalare.

Nient’altro da aggiungere.
Ecco.

L’artigiano del rock: Gianni Maroccolo

Gianni Maroccolo è una delle firme più illustri e autentiche del rock “made in Italy”. Il musicista/produttore artistico è passato agli onori della cronaca come uno dei fondatori dei Litfiba e per alcune importanti collaborazioni (Marlene Kuntz, CCCP).
Il 30 e 31 gennaio 2013 sarà sul palco dell’Alcatraz di Milano con i suoi vecchi compagni di giochi Pelù, Renzulli e Aiazzi per rispolverare la celebre “Trilogia del Potere”. Non si tratta di una semplice reunion, ma di un modo per rivivere quella che molti fan considerano la stagione artistica più importante della band toscana (1983/1989).

Ne approfitto per proporvi una mia intervista a Maroccolo di qualche tempo fa, realizzata in occasione della sua partecipazione allo “Yeahjasi! Brindisi Pop Fest 2012”.

Maroccolo, come si colloca la sua figura in un panorama musicale lontano anni luce dallo stile di vita e dal modo di “fare musica” che ha caratterizzato i Litfiba? Si è mai sentito “fuori luogo”?
“Ho sempre rincorso esperienze diverse, incontri umani e artistici, ben conscio di quanto sia importante per ogni uomo avere chiara la realtà in cui vive. Certo, spesso mi sono sentito avulso da ciò che mi circondava, ma ho preferito capire, ascoltare, informarmi per aprire la mente nella musica come nella vita”.
Uno dei suoi pochi rimpianti è di non aver proseguito l’esperienza live all’estero con i Litfiba..
“In effetti sì. Il pubblico ci apprezzava per come eravamo, non c’era nessuna barriera di lingua o di genere. I Litfiba era una band di caratura internazionale”.
Ricorda qualche aneddoto particolare di quel periodo?
“Ho vissuto per un po’ di tempo su un battello, sulla Senna, ospite dei manager di Fela Kuti. Ne accadevano di tutti i colori. Basti pensare alle perquisizioni ad ogni dogana in cui arrivavamo in situazioni “pessime” a bordo della peugeot di Piero Pelù”.
In un’intervista di qualche tempo fa ha dichiarato che la musica ha ormai perso il valore che aveva in passato. A cosa è legato questo pensiero?
“E’ la lettura oggettiva della realtà di questi tempi. Salvo per rare eccezioni, la musica oggi è puro intrattenimento. Si tratta di una perdita di forza e di interesse. Sono cresciuto ascoltando musica, per me era ed è una necessità. Ora è diverso, ma non sono uno di quelli che pensa che si stava meglio prima. Sono in corso mutazioni sociali naturali, tutto qui”.
 Perché aveva deciso di appendere il basso al chiodo?
“Avevo scelto di smettere proprio in uno di quei momenti in cui si pensa di non avere più niente da aggiungere, in cui ci si sente “fuori luogo”. Alcuni avvenimenti mi hanno fatto cambiare idea”.
Che cosa pensa della partecipazione dei Marlene Kuntz all’ultima edizione del Festival di Sanremo?
“Penso che ogni spazio vada occupato se questo viene fatto con dignità e onestà intellettuale”.
Cosa le ha lasciato un personaggio come Giovanni Lindo Ferretti?
“Artisticamente è stata un’esperienza meravigliosa. Come persona mi ha aperto la mente. Mi ha arricchito umanamente e intellettualmente”.
Perché in più occasioni ha parlato del musicista come di un “artigiano”?
“Odio definirmi artista, produttore o musicista. Credo di essere un artigiano e di avere rincorso i miei desideri e la mia voglia di creare attraverso la cultura del lavoro”.
Pensa che sia importante per un musicista ascoltare tutti i generi di musica o è meglio procedere ad ascolti specializzati?
“Non apprezzo chi giudica, chi divide la musica in generi, stili, mode. Personalmente, ascolto di tutto e in modo non prevenuto. Scopro bellezza anche dove non mi aspetterei di trovarla”.
 C’è un artista con cui le piacerebbe collaborare?
“Brian Eno, una sorta di “faro” per me”.
Ha mai pensato a cosa avrebbe fatto se non si fosse innamorato della musica?
“Avrei fatto il marinaio e avrei coltivato la passione della musica come hobby”.
 Il primo giugno 2012 è tornato sul palco con i Litfiba dopo oltre ventidue anni. Che sensazioni ha provato? 
“Un’emozione indescrivibile. Il momento più toccante è stato quando abbiamo provato lo spettacolo in sala. Dopo qualche minuto di imbarazzo generale, ci siamo ritrovati come nella nostra cantina ai vecchi tempi. La sera del concerto c’era da commuoversi. Era palpabile l’emozione di chi da anni ci chiedeva di riunirci almeno per una volta. Sono stato bene”.
Cosa si sente di consigliare ai giovani che vogliono vivere di musica?
“Non ho molti consigli da dare, ma ho più di trent’anni di esperienze sul groppone da condividere con i miei giovani colleghi musicisti”.

Davide, re della Pole dance

Partiamo dalla notizia di cronaca: il brindisino Davide Zongoli si è aggiudicato il titolo di campione europeo di pole dance all’European pole sport championship 2012. L’ennesimo trofeo va a rinfoltire una bacheca prestigiosa che già raccoglie il titolo nazionale e un settimo posto raggiunto agli ultimi mondiali di Londra. Niente male se si pensa che Zongoli si è avvicinato alla pole dance da pochissimo tempo. Una vera e propria folgorazione quella che ha colto il brindisino da anni lontano dalla sua città natale perché impegnato a livello internazionale nell’ambito della danza e della danza acrobatica. Ha lavorato sia nei programmi trasmessi dalle principali emittenti televisive nazionali e straniere (La Corrida, Serata d’Onore, I Migliori Anni, Dancing with the Stars, Red or Black), sia nei più grandi teatri europei ( La Fenice di Venezia, L’Arena di Verona, il Teatro Real di Madrid) ricoprendo ruoli da solista e primo ballerino. Nel 2005 è entrato a far parte della compagnia di danza aerea acrobatica Kitonb dove ha imparato e perfezionato varie discipline (cerchio, tessuti, corda, trapezio, cinghie) grazie alle quali è stato chiamato a Londra a partecipare come ballerino acrobata aereo nel tour europeo “ Labyrinth” della cantante Leona Lewis. Per citare tutti gli aneddoti legati alla carriera di Davide Zongoli non basterebbe un libro, ma torniamo alla pole dance di cui lo stesso brindisino è ormai una bandiera riconosciuta all’unanimità. La maggior parte della gente comune sarebbe portata a pensare a qualche forma di “intrattenimento” sulla scia del film “Striptease”. Niente di più sbagliato. La pole dance è una disciplina che combina danza e ginnastica. E’ considerata come una forma di esercizio fisico e può essere utilizzata sia come allenamento aerobico che anaerobico. Le scuole e le qualifiche si stanno sviluppando in tutto il mondo con l’aumento della popolarità di questo sport che però non rientra nel cerchio delle discipline olimpioniche. L’impegno dell’atleta nostrano è indirizzato anche a ottenere questo importante riconoscimento sportivo. Ma non è finita qui. Attualmente Zongoli è membro di una delle più famose compagnie europee di danza aerea acrobatica (Les Farfadais), è responsabile nazionale per la Fisac della sezione AcroDance, è vice presidente del primo social network dedicato a danza, arte, musica e movimento (www.showon.it), è ideatore e direttore artistico dell’Extreme dance championship: il primo concorso in Europa, aperto a tutto il mondo, che suggella l’incontro e la contaminazione tra la danza e le discipline acrobatiche e che vanta l’appoggio dell’International circus festival “City of Latina” e del Pole paradise studio’s aerial performance tournament di Hong Kong. Cosa si può aggiungere a tutto questo? A Davide piacerebbe non poco l’idea di fare qualcosa di artisticamente  importante per Brindisi. Per ora i suoi tentativi di stabilire un contatto in terra natia non sono stati colti da chi di dovere. Forse sarebbe il caso di fare un passo (non di danza) indietro.

(articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia in data 10 ottobre 2012)

Questione di “Testa”..

Non è tipo da concerti allo stadio Gianmaria Testa, né da baracconi chiassosi aperti indistintamente al pubblico. Il cantautore di Cavallermaggiore preferisce la forza delle parole sussurrate, della poesia intimista, delle linee melodiche che sposano il jazz raffinato e l’andatura leggera della musica folk. Non ama premere l’acceleratore, sia nella vita che nell’arte. Si può volare a bassa quota, mantenendo una stretta malinconica con la “veduta aerea” che suggerisce il modo migliore per non dimenticare una stagione andata. Oppure si possono ascoltare le vibrazioni lente di quelle sere che non è facile liberare “come le onde dal mare, come le stelle dal mare”. Modi diversi di conquistare l’intensità.

Gianmaria Testa, la sua è una storia strana. Il successo è giunto prima all’estero e poi in Italia…

«È una situazione figlia della casualità. Il primo interessamento a produrre un disco senza apportare modifiche al mio lavoro è arrivato dalla Francia. In Italia qualcuno aveva provato ad avvicinarmi, ma con la volontà di gestire la mia arte. Ho preferito muovermi autonomamente, seguire il mio istinto e basta. Facevo il ferroviere e non avevo bisogno di fare soldi attraverso la musica. Oggi la questione è un po’ più complicata. La musica e la cultura in Italia soffrono della mancanza di finanziamenti e i privati che investono non possono tralasciare obiettivi commerciali che hanno poco da spartire con l’arte. Non condanno i format come “X Factor” e affini, ma non condivido le formule accelerate che bruciano indistintamente le idee e le tappe intermedie nel percorso di formazione di un artista».

Quali ascolti e quali letture l’hanno influenzata maggiormente nel suo “cammino artistico”?

«A dodici anni ascoltai per la prima volta un brano di Georges Brassens, tradotto da Fabrizio De André. Mi accorsi allora che la musica non era solo quella che passava in radio, ma c’era qualcuno che la usava per raccontare delle cose importanti. Da un punto di vista poetico le intense letture televisive di versi dell’Odissea da parte di Ungaretti hanno rappresentato l’imprinting su cui ho costruito un interesse crescente».

Il tema del viaggio è ridondante nella sua produzione, così come quello del mare. Come spiega questi legami particolari?

«Sono nato in una parte del Piemonte in cui arrivano ventate che conservano e dispensano il profumo della brezza marina. Forse anche per questo mi sono sempre sentito “orfano” del mare. Il “viaggio” è spesso riferito al tema della migrazione verso altre terre. Nella prima parte della mia vita ho vissuto “staticamente”. La mia è una famiglia di contadini in cui è forte il senso di appartenenza alla propria terra. Per alcuni anni ho fatto anche io il contadino, per poi lavorare come capostazione. Forse quell’assenza di movimento ha contribuito successivamente a farmi viaggiare, con il corpo e con la mente».

Cosa si sente di consigliare ai giovani, in particolar modo a quelli che coltivano il sogno di trasformare in lavoro la propria propensione artistica?

«Semplicemente di perseguire i propri sogni con tenacia, affiancando alle proprie passioni un lavoro sicuro che dia stabilità e che consenta di fare arte senza condizionamenti esterni».

(articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia in data 09.03.11)

Max Gazzè: tra musica e Mallarmé

Il principio “una cosa per volta” non sembra avere un grande estimatore nel cantautore Max Gazzè.  Nonostante siano ormai a buon punto i “lavori in corso” per il nuovo album, l’artista romano non ha nessuna intenzione di interrompere la sua attività live.
Negli ultimi anni è stato protagonista a San Vito dei Normanni, a Martina Franca, a Torre Regina Giovanna (Brindisi) e a Lecce. Si direbbe che le piace suonare in Puglia..
“C’è sempre un’accoglienza particolare da queste parti, un’alchimia con il pubblico che rispecchia quella che vivo sul palco con gli altri musicisti. Non ce l’ho fatta a fermarmi, avevo bisogno di continuare a suonare anche se in cantiere c’è il nuovo lavoro discografico”.
Qualche anticipazione in proposito?
“Sarà un album onesto, come quelli che ho fatto in passato. Non mi sono mai preoccupato troppo di inquadrare quello che faccio entro limiti prestabiliti, etichette, definizioni stilistiche. Mi piace l’idea che un album sia il riassunto della mia sensibilità artistica, delle emozioni che provo in un determinato momento della mia vita. Scrivo tanto, mi do’ sempre un po’ di tempo per capire se sto procedendo nella direzione giusta”.
Nascono prime le note e le parole delle sue canzoni?
“Sono percorsi diversi, il più delle volte è la musica che richiama atmosfere e sensazione che mi portano verso alcuni pensieri piuttosto che altri. Ma mi piace anche musicare le parole che di per sé hanno già una disposizione metrica precisa, come nel caso delle poesie”.
A proposito di poesie, i riferimenti a Stéphane Mallarmé ritornano frequentemente nella sua produzione..
“Sono sempre stato attirato dalle “pecore nere” della poesia francese ottocentesca, così come mi piacciono molti poeti italiani contemporanei come Eugenio Montale e Andrea Zanzotto. La parola poetica ha sempre un significato che va al di là dei codici imposti dal nostro impianto culturale”.
All’esperienza di cantautore-musicista ha affiancato ultimamente il debutto cinematografico e teatrale. Ha mai pensato di ripercorrere nuovamente queste strade?
“Non mi sono mai posto dei limiti, sono curioso e in quanto tale ho bisogno di sperimentare, soprattutto a livello musicale. Ultimamente sono impegnato nel progetto “l’uomo sinfonico” con il quale reinterpreto alcune arie e musiche tratte dal repertorio classico e lirico di Rossini, Mozart, Bizet, Puccini e Stravinskij. Poi suono in trio con i jazzisti Rita Marcotulli e Roberto Gatto”.
Solitamente il brano di chiusura dei suoi concerti è “La favola di Adamo ed Eva”  a cui segue un medley di musica straniera. A cosa è legata questa scelta?
“Alla voglia della band di regalare al pubblico e a se stessa una parentesi di improvvisazione musicale. Non potrebbe essere altrimenti dopo centinaia di live condotti allo stesso modo. Partiamo daWalking on the Moon” dei Police o da “Get up, stand up” di Bob Marley. Il finale non è mai lo stesso”.
La musica in Italia: quali sono le riflessioni in merito di Max Gazzè?
“Non credo a chi dice che quello contemporaneo sia un periodo difficile per la creatività. Piuttosto il problema risiede nelle modalità attraverso cui il “flusso” viene catalizzato. La meritocrazia è ormai sparita, molti cantanti si ritrovano a “cavalcare l’onda senza saper nuotare”. L’attenzione è puntata più sulle doti canore che sui contenuti e sulle qualità espressive”.

 (articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia)

Chechi Juri, Juri Chechi!!

Michele Foresta, alias Mago Forest, riprende gli assiomi della comicità popolare senza mai scadere nella banalità. Dopo la gavetta trascorsa a “affinare il mestiere” l’ormai celebre personaggio televisivo ha conquistato la notorietà grazie a Zelig e alla presenza quasi stabile al fianco della Gialappa’s nelle varie edizioni della trasmissione “Mai dire Goal!”.
Foresta, com’è nato il suo personaggio più riuscito?
“Fu una sorta di imprinting dopo aver visto uno spettacolo, ma in generale sono sempre stato affascinato dalla figura dell’antieroe e dall’idea di fare la parodia di quello che mi accadeva intorno”.
C’è un artista che più di altri l’ha colpita particolarmente?
“Sicuramente il grande comico americano Django Edwards che rende in maniera impeccabile la figura del clown moderno. E’ stravagante, trasgressivo, folle. Il suo approccio mi ha colpito fin dalla prima volta che l’ho visto all’opera. Ultimamente l’ho incontrato di persona e mi ha chiesto di recarmi in Spagna per tenere dei laboratori presso la sua scuola. Direi che non potevo chiedere di meglio”.
Viviamo nell’epoca del consumismo artistico. Ciò che va bene oggi solitamente diventa obsoleto domani. Qual è il segreto per restare interessante agli occhi del pubblico?
“Oggi più che mai esporsi artisticamente vuol dire correre il rischio di essere centrifugato insieme a migliaia di altre esperienze. E’ necessario avere una grande passione per quello che si fa, voglia di studiare e migliorarsi, oltre a una grande dose di fortuna. Personalmente ho iniziato a fare spettacoli nelle sagre di paese, quindi ho sviluppato la capacità di entrare in sintonia con la gente guardandola da vicino”.
La gavetta l’ha portata all’estero. Quali sono le differenze più evidenti che ha riscontrato rispetto all’Italia?
“La scuola di mimo che ho frequentato a Milano prevedeva un po’ di pratica sul campo di teatro di strada, tradizione che da noi è sottovalutata, ma che gode di grande importanza in altre parti d’Europa. In Francia come in Inghilterra gli artisti di strada sono molto apprezzati e godono di uno status sociale decisamente più elevato rispetto alla qualifica di “accattoni” che gli italiani sono solito affibbiare loro”.
Chi fa ridere per lavoro come si approccia alla vita di tutti i giorni?
“Con la curiosità di sempre. Le cose più belle che ho fatto nascono dallo spirito di osservazione che permette di mettere a fuoco e di estremizzare alcuni particolari delle gente comune. Inoltre bisogna sempre restare con i piedi per terra. I miei colleghi che vivono su un piedistallo hanno capito ben poco della vita”.
Si sente libero di fare satira in televisione?
“Sostanzialmente sì. Non ricordo di aver avuto mai particolari problemi. Al massimo un paio di volte è stata interrotta una trasmissione per una battuta inopportuna agli occhi della produzione, ma da questo punto di vista lavorare con la Gialappa’s vuol dire stare in una botte di ferro”.
Cosa consiglierebbe ai ragazzi che sognano di intraprendere una carriera artistica?
“Di assecondare la propria indole. Il mestiere del comico si può affinare, non imparare. E poi come diceva Massimo Troisi, la prova del nove è il pubblico. Se fai ridere è bene, se non fai ridere è meglio restare a casa”.
Se non avesse fatto il mago-comico cosa avrebbe fatto?
“Sarei diventato Premier. O magari Papa”.
Ha altro da aggiungere?
“Non sono io il padre del bambino che Raffaella Fico porta in grembo”.

(articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia in data 8 settembre 2012)

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