LAnotaMAGGIORE

testi e accordi dei miei pensieri

Davide, re della Pole dance

Partiamo dalla notizia di cronaca: il brindisino Davide Zongoli si è aggiudicato il titolo di campione europeo di pole dance all’European pole sport championship 2012. L’ennesimo trofeo va a rinfoltire una bacheca prestigiosa che già raccoglie il titolo nazionale e un settimo posto raggiunto agli ultimi mondiali di Londra. Niente male se si pensa che Zongoli si è avvicinato alla pole dance da pochissimo tempo. Una vera e propria folgorazione quella che ha colto il brindisino da anni lontano dalla sua città natale perché impegnato a livello internazionale nell’ambito della danza e della danza acrobatica. Ha lavorato sia nei programmi trasmessi dalle principali emittenti televisive nazionali e straniere (La Corrida, Serata d’Onore, I Migliori Anni, Dancing with the Stars, Red or Black), sia nei più grandi teatri europei ( La Fenice di Venezia, L’Arena di Verona, il Teatro Real di Madrid) ricoprendo ruoli da solista e primo ballerino. Nel 2005 è entrato a far parte della compagnia di danza aerea acrobatica Kitonb dove ha imparato e perfezionato varie discipline (cerchio, tessuti, corda, trapezio, cinghie) grazie alle quali è stato chiamato a Londra a partecipare come ballerino acrobata aereo nel tour europeo “ Labyrinth” della cantante Leona Lewis. Per citare tutti gli aneddoti legati alla carriera di Davide Zongoli non basterebbe un libro, ma torniamo alla pole dance di cui lo stesso brindisino è ormai una bandiera riconosciuta all’unanimità. La maggior parte della gente comune sarebbe portata a pensare a qualche forma di “intrattenimento” sulla scia del film “Striptease”. Niente di più sbagliato. La pole dance è una disciplina che combina danza e ginnastica. E’ considerata come una forma di esercizio fisico e può essere utilizzata sia come allenamento aerobico che anaerobico. Le scuole e le qualifiche si stanno sviluppando in tutto il mondo con l’aumento della popolarità di questo sport che però non rientra nel cerchio delle discipline olimpioniche. L’impegno dell’atleta nostrano è indirizzato anche a ottenere questo importante riconoscimento sportivo. Ma non è finita qui. Attualmente Zongoli è membro di una delle più famose compagnie europee di danza aerea acrobatica (Les Farfadais), è responsabile nazionale per la Fisac della sezione AcroDance, è vice presidente del primo social network dedicato a danza, arte, musica e movimento (www.showon.it), è ideatore e direttore artistico dell’Extreme dance championship: il primo concorso in Europa, aperto a tutto il mondo, che suggella l’incontro e la contaminazione tra la danza e le discipline acrobatiche e che vanta l’appoggio dell’International circus festival “City of Latina” e del Pole paradise studio’s aerial performance tournament di Hong Kong. Cosa si può aggiungere a tutto questo? A Davide piacerebbe non poco l’idea di fare qualcosa di artisticamente  importante per Brindisi. Per ora i suoi tentativi di stabilire un contatto in terra natia non sono stati colti da chi di dovere. Forse sarebbe il caso di fare un passo (non di danza) indietro.

(articolo pubblicato su Nuovo Quotidiano di Puglia in data 10 ottobre 2012)

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Questione di “Testa”..

Non è tipo da concerti allo stadio Gianmaria Testa, né da baracconi chiassosi aperti indistintamente al pubblico. Il cantautore di Cavallermaggiore preferisce la forza delle parole sussurrate, della poesia intimista, delle linee melodiche che sposano il jazz raffinato e l’andatura leggera della musica folk. Non ama premere l’acceleratore, sia nella vita che nell’arte. Si può volare a bassa quota, mantenendo una stretta malinconica con la “veduta aerea” che suggerisce il modo migliore per non dimenticare una stagione andata. Oppure si possono ascoltare le vibrazioni lente di quelle sere che non è facile liberare “come le onde dal mare, come le stelle dal mare”. Modi diversi di conquistare l’intensità.

Gianmaria Testa, la sua è una storia strana. Il successo è giunto prima all’estero e poi in Italia…

«È una situazione figlia della casualità. Il primo interessamento a produrre un disco senza apportare modifiche al mio lavoro è arrivato dalla Francia. In Italia qualcuno aveva provato ad avvicinarmi, ma con la volontà di gestire la mia arte. Ho preferito muovermi autonomamente, seguire il mio istinto e basta. Facevo il ferroviere e non avevo bisogno di fare soldi attraverso la musica. Oggi la questione è un po’ più complicata. La musica e la cultura in Italia soffrono della mancanza di finanziamenti e i privati che investono non possono tralasciare obiettivi commerciali che hanno poco da spartire con l’arte. Non condanno i format come “X Factor” e affini, ma non condivido le formule accelerate che bruciano indistintamente le idee e le tappe intermedie nel percorso di formazione di un artista».

Quali ascolti e quali letture l’hanno influenzata maggiormente nel suo “cammino artistico”?

«A dodici anni ascoltai per la prima volta un brano di Georges Brassens, tradotto da Fabrizio De André. Mi accorsi allora che la musica non era solo quella che passava in radio, ma c’era qualcuno che la usava per raccontare delle cose importanti. Da un punto di vista poetico le intense letture televisive di versi dell’Odissea da parte di Ungaretti hanno rappresentato l’imprinting su cui ho costruito un interesse crescente».

Il tema del viaggio è ridondante nella sua produzione, così come quello del mare. Come spiega questi legami particolari?

«Sono nato in una parte del Piemonte in cui arrivano ventate che conservano e dispensano il profumo della brezza marina. Forse anche per questo mi sono sempre sentito “orfano” del mare. Il “viaggio” è spesso riferito al tema della migrazione verso altre terre. Nella prima parte della mia vita ho vissuto “staticamente”. La mia è una famiglia di contadini in cui è forte il senso di appartenenza alla propria terra. Per alcuni anni ho fatto anche io il contadino, per poi lavorare come capostazione. Forse quell’assenza di movimento ha contribuito successivamente a farmi viaggiare, con il corpo e con la mente».

Cosa si sente di consigliare ai giovani, in particolar modo a quelli che coltivano il sogno di trasformare in lavoro la propria propensione artistica?

«Semplicemente di perseguire i propri sogni con tenacia, affiancando alle proprie passioni un lavoro sicuro che dia stabilità e che consenta di fare arte senza condizionamenti esterni».

(articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia in data 09.03.11)

Max Gazzè: tra musica e Mallarmé

Il principio “una cosa per volta” non sembra avere un grande estimatore nel cantautore Max Gazzè.  Nonostante siano ormai a buon punto i “lavori in corso” per il nuovo album, l’artista romano non ha nessuna intenzione di interrompere la sua attività live.
Negli ultimi anni è stato protagonista a San Vito dei Normanni, a Martina Franca, a Torre Regina Giovanna (Brindisi) e a Lecce. Si direbbe che le piace suonare in Puglia..
“C’è sempre un’accoglienza particolare da queste parti, un’alchimia con il pubblico che rispecchia quella che vivo sul palco con gli altri musicisti. Non ce l’ho fatta a fermarmi, avevo bisogno di continuare a suonare anche se in cantiere c’è il nuovo lavoro discografico”.
Qualche anticipazione in proposito?
“Sarà un album onesto, come quelli che ho fatto in passato. Non mi sono mai preoccupato troppo di inquadrare quello che faccio entro limiti prestabiliti, etichette, definizioni stilistiche. Mi piace l’idea che un album sia il riassunto della mia sensibilità artistica, delle emozioni che provo in un determinato momento della mia vita. Scrivo tanto, mi do’ sempre un po’ di tempo per capire se sto procedendo nella direzione giusta”.
Nascono prime le note e le parole delle sue canzoni?
“Sono percorsi diversi, il più delle volte è la musica che richiama atmosfere e sensazione che mi portano verso alcuni pensieri piuttosto che altri. Ma mi piace anche musicare le parole che di per sé hanno già una disposizione metrica precisa, come nel caso delle poesie”.
A proposito di poesie, i riferimenti a Stéphane Mallarmé ritornano frequentemente nella sua produzione..
“Sono sempre stato attirato dalle “pecore nere” della poesia francese ottocentesca, così come mi piacciono molti poeti italiani contemporanei come Eugenio Montale e Andrea Zanzotto. La parola poetica ha sempre un significato che va al di là dei codici imposti dal nostro impianto culturale”.
All’esperienza di cantautore-musicista ha affiancato ultimamente il debutto cinematografico e teatrale. Ha mai pensato di ripercorrere nuovamente queste strade?
“Non mi sono mai posto dei limiti, sono curioso e in quanto tale ho bisogno di sperimentare, soprattutto a livello musicale. Ultimamente sono impegnato nel progetto “l’uomo sinfonico” con il quale reinterpreto alcune arie e musiche tratte dal repertorio classico e lirico di Rossini, Mozart, Bizet, Puccini e Stravinskij. Poi suono in trio con i jazzisti Rita Marcotulli e Roberto Gatto”.
Solitamente il brano di chiusura dei suoi concerti è “La favola di Adamo ed Eva”  a cui segue un medley di musica straniera. A cosa è legata questa scelta?
“Alla voglia della band di regalare al pubblico e a se stessa una parentesi di improvvisazione musicale. Non potrebbe essere altrimenti dopo centinaia di live condotti allo stesso modo. Partiamo daWalking on the Moon” dei Police o da “Get up, stand up” di Bob Marley. Il finale non è mai lo stesso”.
La musica in Italia: quali sono le riflessioni in merito di Max Gazzè?
“Non credo a chi dice che quello contemporaneo sia un periodo difficile per la creatività. Piuttosto il problema risiede nelle modalità attraverso cui il “flusso” viene catalizzato. La meritocrazia è ormai sparita, molti cantanti si ritrovano a “cavalcare l’onda senza saper nuotare”. L’attenzione è puntata più sulle doti canore che sui contenuti e sulle qualità espressive”.

 (articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia)

Chechi Juri, Juri Chechi!!

Michele Foresta, alias Mago Forest, riprende gli assiomi della comicità popolare senza mai scadere nella banalità. Dopo la gavetta trascorsa a “affinare il mestiere” l’ormai celebre personaggio televisivo ha conquistato la notorietà grazie a Zelig e alla presenza quasi stabile al fianco della Gialappa’s nelle varie edizioni della trasmissione “Mai dire Goal!”.
Foresta, com’è nato il suo personaggio più riuscito?
“Fu una sorta di imprinting dopo aver visto uno spettacolo, ma in generale sono sempre stato affascinato dalla figura dell’antieroe e dall’idea di fare la parodia di quello che mi accadeva intorno”.
C’è un artista che più di altri l’ha colpita particolarmente?
“Sicuramente il grande comico americano Django Edwards che rende in maniera impeccabile la figura del clown moderno. E’ stravagante, trasgressivo, folle. Il suo approccio mi ha colpito fin dalla prima volta che l’ho visto all’opera. Ultimamente l’ho incontrato di persona e mi ha chiesto di recarmi in Spagna per tenere dei laboratori presso la sua scuola. Direi che non potevo chiedere di meglio”.
Viviamo nell’epoca del consumismo artistico. Ciò che va bene oggi solitamente diventa obsoleto domani. Qual è il segreto per restare interessante agli occhi del pubblico?
“Oggi più che mai esporsi artisticamente vuol dire correre il rischio di essere centrifugato insieme a migliaia di altre esperienze. E’ necessario avere una grande passione per quello che si fa, voglia di studiare e migliorarsi, oltre a una grande dose di fortuna. Personalmente ho iniziato a fare spettacoli nelle sagre di paese, quindi ho sviluppato la capacità di entrare in sintonia con la gente guardandola da vicino”.
La gavetta l’ha portata all’estero. Quali sono le differenze più evidenti che ha riscontrato rispetto all’Italia?
“La scuola di mimo che ho frequentato a Milano prevedeva un po’ di pratica sul campo di teatro di strada, tradizione che da noi è sottovalutata, ma che gode di grande importanza in altre parti d’Europa. In Francia come in Inghilterra gli artisti di strada sono molto apprezzati e godono di uno status sociale decisamente più elevato rispetto alla qualifica di “accattoni” che gli italiani sono solito affibbiare loro”.
Chi fa ridere per lavoro come si approccia alla vita di tutti i giorni?
“Con la curiosità di sempre. Le cose più belle che ho fatto nascono dallo spirito di osservazione che permette di mettere a fuoco e di estremizzare alcuni particolari delle gente comune. Inoltre bisogna sempre restare con i piedi per terra. I miei colleghi che vivono su un piedistallo hanno capito ben poco della vita”.
Si sente libero di fare satira in televisione?
“Sostanzialmente sì. Non ricordo di aver avuto mai particolari problemi. Al massimo un paio di volte è stata interrotta una trasmissione per una battuta inopportuna agli occhi della produzione, ma da questo punto di vista lavorare con la Gialappa’s vuol dire stare in una botte di ferro”.
Cosa consiglierebbe ai ragazzi che sognano di intraprendere una carriera artistica?
“Di assecondare la propria indole. Il mestiere del comico si può affinare, non imparare. E poi come diceva Massimo Troisi, la prova del nove è il pubblico. Se fai ridere è bene, se non fai ridere è meglio restare a casa”.
Se non avesse fatto il mago-comico cosa avrebbe fatto?
“Sarei diventato Premier. O magari Papa”.
Ha altro da aggiungere?
“Non sono io il padre del bambino che Raffaella Fico porta in grembo”.

(articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia in data 8 settembre 2012)

Zucchero filato e giri da brivido

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La tradizione vuole che la festa annuale del Santo Patrono brindisino sia uno dei momenti più attesi dalla cittadinanza, occasione come poche in cui anche i più accaniti seguaci dell’ “home style “si schiodano dalle proprie poltrone per prendere parte all’iniziativa. Un vero e proprio fenomeno sociale e culturale quello che annualmente si rivela sotto gli occhi di tutti e che meriterebbe studi approfonditi per cogliere le sfaccettature più nascoste e incomprensibili che guidano il pensiero del brindisino medio. Una domanda su tutte non può lasciare indifferenti: dove si nasconde durante il resto dell’anno quella calca assurda di gente che tra fine agosto e inizio settembre si riversa nel centro storico in occasione dei festeggiamenti per San Teodoro? O la devozione religiosa dei brindisini è decisamente sopra gli standard dell’intero continente o semplicemente c’è gente che mette il naso fuori da casa solo nella settimana delle celebrazioni patronali. L’attaccamento a certi rituali non può e non deve essere assolutamente motivo di pregiudizio o discriminazione, ma sarebbe bello che la comunità vivesse maggiormente la città non solo in occasioni speciali. D’altro canto come si può resistere al fascino delle tanto sospirate bancarelle? E che dire delle dimostrazioni live dei coltelli più taglienti dell’universo e dei più rinomati ritrovati della scienza e della tecnica? Per non parlare poi del principale oggetto del desiderio dei teenager brindisini: le giostre. I famigerati Tacadà e The Ranger riescono a far esprimere al meglio l’estro degli elementi più folkloristici della nostra città. Perché solo chi resiste in piedi sulla piattaforma è un vero supereroe.

Meno male che esiste ancora lo zucchero filato.

Che San Teodoro ci assista.

(articolo pubblicato su I love Brindisi N° 24)

Parole di Niccolò Fabi…

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L’immagine non è sempre apparenza. Il candore di un artista trapela anche attraverso una conversazione telefonica in cui la distanza tra chi intervista e chi risponde si declina al gusto dell’ascoltare e del raccontarsi. Niccolò Fabi non si inventa personaggio mediatico, si rivela esattamente per quello che sembra. Niente maschere. “E’ solo un uomo quello di cui parlo, del suo interno come del suo intorno”. La sua storia sembra scorrere più di altre verso l’orizzonte dell’umana condivisione di progetti e gioie. Il concerto “Parole di Lulù”, tenutosi il 30 agosto 2010 in memoria della figlia prematuramente scomparsa, resterà nel cuore del mondo come un avvenimento storico.

Al di là di tutti i significati che possono essere attribuiti a quel grandissimo evento, si è trattato di un momento in cui molti (artisti e spettatori) hanno scelto di fermarsi e di concedersi a una giusta causa. Cosa ti è rimasto dentro, umanamente e professionalmente?

“Non è facile spiegare, tanto quanto comprendere il valore di quel giorno. Umanità e professionalità combaciavano, non c’erano barriere di nessun genere. La cosa che ho capito è che la vera alleanza e comunanza di intenti può esistere, si può essere uniti veramente”.

“Costruire è saper rinunciare alla perfezione”. Lo dici in una tua canzone. Ma essere impegnato nel “costruire” un ospedale in Africa non rasenta la perfezione?

“Non lo so, ma sono sicuro che quel progetto rappresenti la cosa migliore che ho fatto da quando sono nato. E’ un “costruire” non solo materiale, ma soprattutto emotivo”.

“Gli artisti non provano emozioni più degli altri, però riescono a renderle visibili”. Sono le tue parole pronunciate in un’intervista televisiva di qualche tempo fa. E’ per questo che sei tornato a suonare, perché senti di avere una “missione”?

“Credo che la differenza non sia tra chi fa arte e chi non la fa. Non c’è una classifica delle professioni, tutto è legato all’importanza che viene data alle cose che apparentemente non sono visibili. Penso di poter trovare più affinità con un bancario piuttosto che con un musicista. E’ una questione di atteggiamento, al di là di qualsiasi attitudine professionale. Per rispondere alla domanda dico “si”, a quarantatre anni non posso più nascondermi, sento di avere un compito”.

Se dico “Puglia” a cosa pensi?

“A un luogo in cui si torna volentieri. Non solo si va, ma ci si torna. C’è un ottimo equilibrio tra calore, ispirazione e una mentalità efficace ed efficiente. L’accoglienza è una risorsa importante, come il sentimentalismo meridionale, come la potenza della natura”.

(tratto da articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia in data 27 maggio 2011)

Quattro chiacchiere con Anna Mazzamauro…

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Anna Mazzamauro nei panni della Signorina Silvani

Non è facile disfarsi di una maschera riuscita come quella della Signorina Silvani nella fortunatissima saga di “Fantozzi”. Anna Mazzamauro lo sa bene e continua ancora a oggi a convivere col peso di quel personaggio che interpretò in ben otto pellicole cinematografiche. Ma la carriera dell’attrice romana non può essere ridotta alle pur indiscutibili doti da caratterista sfoggiate al fianco di Paolo Villaggio.

Nella sua vita ha fatto teatro, cinema e televisione. Quale di queste dimensioni predilige?

“Sono prima di tutto un’attrice teatrale, il palco e il contatto diretto con il pubblico sono componenti vitali di cui non potrei fare a meno. All’esperienza cinematografica sono legati molti ricordi positivi e alcuni negativi. Ho bazzicato nei programmi televisivi il tempo necessario per assumere un po’ di notorietà ma ora ho chiuso con quel circuito. D’altronde, che ci va a fare al giorno d’oggi una come me in televisione?”.

E’ l’unica attrice al mondo ad aver interpretato il Cyrano de Bergerac, un ruolo prettamente maschile. Le piacciono le sfide?

“Mi piace guardare oltre l’apparenza delle cose. Non mi sono mai preoccupata del sesso dei miei personaggi, ma solo dell’essenza. Del Cyrano ho amato la creatività, lo spirito di sofferenza, la capacità di amare”.

Quali vesti teatrali sogna ancora di indossare?

“Tra i personaggi maschili vorrei interpretare il Mercante di Venezia. Sono un’amante del teatro classico e prima o poi farò  Medea. Devo solo aspettare il momento giusto. Purtroppo la cultura in Italia sta vivendo un momento triste, il massacro delle idee passa dalla richiesta esclusiva di spettacoli divertenti. Sembra che la gente sia ormai schiava di format di scarso valore artistico”.

C’è qualche proposta comica attuale che trova interessante?

“Mi piace Fiorello. Fa ridere la gente, ma lo fa con classe. Purtroppo l’Italia è piena di comici da quattro soldi che cercano di suscitare ilarità con barzellette e parolacce. L’avanspettacolo italiano ha avuto tra i suoi protagonisti artisti del calibro di Totò, Vianello, Tognazzi. Faremmo bene a non dimenticarcene mai”.

Ha mai avuto paura di restare intrappolata nella maschera della Signorina Silvani?

“Non potrei mai rinnegare quel personaggio. Accetto tranquillamente che la gente mi riconosca in aeroporto e ancora oggi mi chieda di farne le smorfie più rappresentative. D’altro canto penso di aver fatto molto altro nella mia carriera per cui poter essere ricordata dal pubblico”.

E’ vero che in prima istanza avrebbe dovuto interpretare la moglie di Fantozzi?

“Sì, ma quando mi presentai imbellettata al provino il regista Luciano Salce mi disse che era necessaria una figura più brutta per impersonare la moglie del ragioniere. Così fui scelta per la parte della Silvani”.

A proposito di aneddoti, è vero che abbandonò un impegno di doppiaggio per un film del Maestro Federico Fellini?

“Ero giovanissima e Fellini pretendeva che dessi voce a una vecchia di novant’anni. Personalmente non mi sentivo portata. Allora il regista mi disse “Mezzamauro, può fare di meglio”. Il fatto che avesse storpiato il mio cognome mi fece andare in bestia. Risposi al maestro: “Dottor Felloni, chiami qualcun’altra al posto mio”. E me ne andai”.

Ultimamente è stata ospite della Vela Latina a Brindisi, città che ha vissuto uno dei momenti più brutti della sua storia lo scorso 19 maggio? Qual è il contributo che l’arte può fornire nei momenti difficili della vita?

“Reciterei gratis per il prossimo secolo se servisse a cambiare le cose, ma purtroppo non è così. Possiamo solo cercare di non dimenticare quanto accaduto, perché non sarebbe giusto nei confronti delle famiglie coinvolte e nei confronti di noi stessi”.

(articolo pubblicato sul Nuovo Quotidiano di Puglia in data 16 luglio 2012)

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